Articoli / Blog | 18 Novembre 2025

Blog – Perché “A house of dynamite” è da vedere

A House of Dynamite è un film che divide: e, paradossalmente, proprio questa spaccatura ne rivela la forza. Le critiche — soprattutto del pubblico – sono legate al finale aperto: ma così non fanno che confermare la natura profondamente autoriale dell’opera. Bigelow – la prima donna a vincere l’Oscar al miglior regista – non cede a scorciatoie narrative, non appaga lo spettatore con un’esplosione spettacolare né con una chiusura rassicurante. E questo, più che un limite, è un merito.

Come ha rilevato Tomsguide.com, alcuni spettatori sono stati infastiditi dal fatto che, per tre volte, la tensione salga fino all’istante decisivo mentre il missile diretto su Chicago avanza ma non si veda mai l’impatto. Il pubblico resta sospeso: il presidente interpretato da Idris Elba sta per dare l’ordine che potrebbe scatenare o evitare una guerra globale, e proprio lì il film si interrompe. Nulla viene mostrato, tutto viene lasciato alla coscienza di chi guarda. È proprio in questo spazio “vuoto” che il film scatena la sua potenza. L’assenza di un’immagine finale non è un difetto, ma un dispositivo narrativo raffinato: Bigelow rinuncia volutamente al colpo di scena visivo per rimettere al centro non l’effetto delle armi nucleari ma la loro esistenza. È una scelta che risuona con forza in un’epoca in cui siamo abituati a vedere tutto, persino la catastrofe, trasformato in spettacolo. E infatti la risposta della regista a Tudum è illuminante: non mostrare l’impatto significa evitare di “nazionalizzare” la paura. Non interessa a Bigelow attribuire colpe, né costruire un nemico. Il film parla della proliferazione nucleare come rischio globale, trasversale, che riguarda tutti e non ha confini. Mostrare l’esplosione — o indicare il responsabile — avrebbe ridotto il discorso, spostandolo dal piano universale a quello geopolitico.

A House of Dynamite vive proprio in questo respiro più ampio: è un thriller politico che chiede responsabilità, non vendetta; che chiede riflessione, non adrenalina; che fa del non-detto un luogo drammatico e morale. È un film che non chiude ma apre, che non consola ma sveglia. In un panorama dominato da narrazioni immediatamente digeribili, Bigelow firma un’opera che rifiuta l’ovvio. E che, proprio per questo, merita di essere vista, discussa e, alla fine, capita.

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