Articoli / Blog | 08 Ottobre 2025

Blog – Non devo dire che è facile solo perché “per me” lo è

Finalmente anche io ho la carta d’identità elettronica, la CIE. Raggiungere quest’obiettivo è stato per me un risultato ragguardevole. Ho affrontato, e sconfitto, una serie di mostri informatici e non solo quali la prenotazione online, raccogliere i documenti, codice PIN, codice PUK, trovare la sede del municipio e così via. In mezzo a tutto ciò, c’era un folto gruppo di amici-nemici che ad ogni mia richiesta d’informazione minava la mia già fragile autostima in proposito, ripetendomi che non ci voleva niente, che era tutto molto facile.

Mi è tornato in mente allora un famosissimo video di Velasco in proposito che linko qui sotto. In sintesi dice che ci sono cose che per me sono facili. Ma questo non significa che siano facili in assoluto. Dire “è facile” quando lo è solo per me è un errore sottile, quasi invisibile, ma profondo: significa confondere la propria esperienza personale con la realtà oggettiva. È un modo, anche involontario, di cancellare la fatica altrui. Quando dico “è facile”, senza aggiungere “per me”, faccio un passo che mette me al centro del mondo, come se il mio modo di percepire le cose fosse universale. Ma non lo è. Ciò che per me richiede un’ora, per un altro può richiedere giorni. Ciò che per me è spontaneo, per un altro è una salita ripida. Aggiungere “per me” cambia tutto. È un atto di umiltà e di rispetto. È dire: io non rappresento la misura delle cose. È riconoscere che ognuno ha un vissuto, un corpo, una mente, un cuore diversi dai miei. A volte, la vera empatia comincia proprio da lì: da un avverbio in più.

Nella vita, nella fede, nel lavoro, nelle relazioni, ricordarmi di dire “per me” significa non imporre agli altri la mia misura, ma accogliere la loro. E allora anche ciò che per me è facile può diventare un’occasione per comprendere, non per giudicare. Perché la difficoltà dell’altro non sminuisce la mia facilità — la rende più umana.

I commenti sono chiusi.