
Blog – La liturgia della memoria della Beata Vergine Addolorata e il senso dei patimenti di Cristo
La memoria liturgica della Beata Vergine Addolorata, celebrata il 15 settembre, offre un’occasione preziosa per chiarire uno dei passaggi più delicati delle lettere di san Paolo: «Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Per lungo tempo questo versetto è stato interpretato alla luce della traduzione precedente, secondo cui Paolo avrebbe detto: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa». Questa versione, risalente almeno alla Vulgata, ha alimentato una confusione teologica: come se all’opera salvifica di Cristo, in realtà già perfetta e compiuta, potesse mancare qualcosa che l’uomo è chiamato ad aggiungere.
La liturgia del 15 settembre, invece, con l’orazione dopo la Comunione, restituisce la chiarezza del testo originale. La preghiera recita: «O Signore, che ci hai nutriti con i sacramenti della redenzione eterna, fa’ che nella memoria della beata Vergine Maria, partecipe della passione del Figlio, portiamo a compimento, a favore della Chiesa, ciò che manca in noi dei patimenti di Cristo. Egli vive e regna nei secoli dei secoli». L’accento cambia radicalmente: non si tratta di completare ciò che manca al sacrificio di Cristo, ma piuttosto di completare ciò che manca a noi, al nostro cammino di conformazione a Lui. L’unione alle sue sofferenze non aggiunge nulla alla sua opera redentiva, ma ci permette di entrare più pienamente nella sua vita, di identificarci con il Signore. Questa differenza non è di poco conto. Essa tocca il cuore stesso dell’annuncio cristiano e per la sensibilità contemporanea questo è molto importante. Continuare a trasmettere l’idea che l’uomo debba «completare» l’opera di Cristo rischia di trasformare il Vangelo in un messaggio di sforzo e di merito umano, invece che di grazia e di dono totale. Al contrario, riconoscere che il sacrificio di Gesù è già perfetto e che la nostra sofferenza, unita alla sua, ha senso solo perché ci inserisce più profondamente nella sua Pasqua, restituisce al Vangelo la sua verità: Cristo ha fatto tutto, e noi possiamo vivere in Lui.
Questa consapevolezza è decisiva per un annuncio autentico e gioioso, capace di parlare agli uomini e alle donne del nostro tempo senza cadere in equivoci che, ancora oggi, restano diffusi in certi ambienti cattolici e rischiano di oscurare la forza liberante della fede.
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