Blog | 30 Marzo 2021

Testimonianza di Andrea Porcarelli – Dall’inferno sulla terra, alla nuova vita

Nonostante il brevissimo preavviso, per gli ospiti di Rebibbia stanno arrivando moltissime colombe. La fortuna – o la Provvidenza – ha fatto sì che io possa ringraziare tutti attraverso un documento “eccezionale”: questo racconto di conversione che Andrea fa in prima persona. Ho conosciuto Andrea a Rebibbia quando era uno dei “sagrestani”, ovvero uno dei detenuti che aiutano i cappellani nelle loro mansioni. In quella veste, anche lui, all’epoca, è stato uno dei fruitori delle nostre colombe e dei nostri panettoni. Per questo sono ancora più felice di farvelo conoscere

Spesso mi viene chiesto se in carcere avvengono “conversioni”. In generale la risposta non è univoca, anche se questo video di Andrea Porcarelli ci dice che anche in carcere la conversione è possibile. È un video forte e commovente nato grazie alla richiesta di don Stefano Occelli. Don Stefano, che Andrea nomina più di una volta, è uno dei cappellani di Rebibbia e aveva chiesto ad Andrea questa testimonianza per i suoi incontri di catechesi: è grazie a don Stefano se abbiamo questo documento.
Adesso Andrea, che ha 40 anni, non è più in carcere anche se non ha ancora terminato di scontare del tutto il suo “debito con la giustizia”. Quando viveva in Nicaragua, dove ha lasciato la ex-compagna e un figlio, è stato coinvolto in una vicenda che lo ha condotto a stare nel terribile carcere “di tortura” El Chipote” (qui più dettagli).
Essendo italiano, Andrea era lì in attesa di estradizione e si sarebbe dovuto trattenere al massimo per 90 giorni: invece ce ne rimase 510. Nella sua cella la temperatura oscillava tra i quaranta e i cinquanta gradi, aveva un dito d’acqua a terra, era con quattro, cinque, sei persone, in mutande, mangiando – non tutti i giorni – un pugno di riso e fagioli. Andrea è stato torturato con fili elettrici e altre modalità che preferisco omettere, ha avuto parassiti intestinali, la scabbia, un’angina pectoris e ha visto morire, urlare, soffrire, moltissime persone in continuazione: insomma ha vissuto un vero e proprio inferno.
Quando è arrivato in Italia, sempre con la Bibbia sottomano, è stato trasferito a Rebibbia per altri quattro anni. E lì l’ho conosciuto