Articoli / Blog | 20 Ottobre 2020

VOI mese – Il diavolo non usa la minigonna

Minigonne no perché “cade l’occhio”. Con queste parole indirizzate alle ragazze in minigonna, la vicepreside del liceo classico “Socrate” scatenava un vespaio all’inizio del nuovo anno scolastico. La docente, si diceva, chiedeva alle ragazze un abbigliamento più sobrio perché “a qualche prof poteva cadere l’occhio”.
Un discorso che poteva essere educativo, un discorso che poteva puntare sull’abbigliamento come espressione della propria identità o delle proprie convinzioni, diventava il solito discorso maschilista per cui tu, ragazza vestita in un certo modo, “te la vai a cercare”: con l’aggiunta, pessima, che questo discorso maschilista era stato fatto da una donna.
“Sarò una persona d’altri tempi ma, don – mi dicono spesso alcune signore attempate – non le pare di cattivo gusto lo spettacolo che certe giovani offrono con costumi sempre più striminziti, topless e modi provocanti? Per non parlare dei ragazzi pieni di tatuaggi e piercing. Possibile si sia perso il senso del pudore? Dove andremo a finire?”
In questi casi, ogni volta, con pazienza, cerco di spiegare che il senso del pudore è il senso di custodia di sé che si elabora quando si è consapevoli di essere un tesoro. Di essere e di avere una bellezza tale da non poter essere svenduti e vilipesi. È un concetto che più che con i centimetri di costume ha a che vedere con la dignità dell’uomo e si trasmette con l’amore. Se sappiamo di valere per qualcuno, diventiamo preziosi, e quindi ci custodiamo.
Passato qualche giorno, però, accade che la vicenda si sgonfi come un pallone bucato. Contribuiscono in ciò i social, in particolare il TikTok dello scrivente (@mauro_don) che postava un video suggerendo scherzosamente che forse un’alternativa possibile al non mettere la minigonna poteva essere quella di consigliare ai professori di bendarsi gli occhi.
Le risposte naturalmente erano giunte immediate. Moltissime, con il linguaggio di TikTok, stigmatizzavano le parole della prof. Ma c’erano anche dei commenti che negavano sinceramente e decisamente che le cose fossero andate come raccontavani i giornali. Le riporto qui perché vale la pena leggerle dal momento che erano di ragazze che dicevano di essere state presenti “al fattaccio”.
Scriveva Flaminia (nome di fantasia): “… perché non lo ha detto. Io frequento il Socrate e ho ascoltato il discorso della professoressa. Non ci ha detto (e neppure vietato) di non mettere le minigonne. Ci ha solo consigliato, rendendosi conto che può essere difficile mantenere una posizione composta per 5 ore, di evitare di indossare minigonne almeno fino all’arrivo dei banchi, in seguito ad alcune lamentele dei docenti sia femmine che maschi (soprattutto maschi) che si lamentano… È una professoressa che da 30 anni lavora con amore a stretto contatto con gli studenti per una scuola che è assolutamente aperta e combatte da anni, se non da decenni, contro ogni tipo di discriminazione e decoro nell’ambiente scolastico”.
A lei si aggiungeva Camilla (anche per lei nome di fantasia) che affermava decisa: “sono un’alunna di quella scuola. Le cose non sono andate così. Le parole della vicepreside sono state fraintese da alcune ragazze e strumentalizzate. La vicepreside, almeno nella mia classe, ha chiesto semplicemente di mantenere una posizione composta con la gonna in quanto mostare la propria…” A questo punto un utente replica: “sì, nella tua classe…”. Ma Camilla prosegue imperterrita: “sì, ma si dà il caso che la vicepreside sia anche la mia professoressa da 4 anni e posso dire con sicurezza che non le si può dare della sessista”.
Che morale trarre dalla vicenda? Ci sarebbe la più ovvia, e cioè che prima di gridare allo scandalo conviene sentire le due campane e, se possibile, ascoltare anche il campanaro. Però oggi si deve aggiungere che è necessario smentire chi pensa che TikTok sia un social solo per il divertimento e il disimpegno di ragazzine dedite a dimenarsi al ritmo della musica pop. TikTok è una straordinaria comunity di giovanissimi dove palpita nel modo più vero e sincero il loro cuore. L’algoritmo di TokTok, che pare essere dotato di un’intelligenza propria e straordinaria, non privilegia solo la qualità delle riprese e della musica ma dà spazio soprattutto alle interazioni, ovvero ai commenti, alle riflessioni e ai dialoghi. Se non ci credete andate a rileggere quanto scrivono Camilla e Flaminia (posso fornire gli screenshot visto che sono pubblici) e vi accorgerete che in essi c’è lo stesso impeto (o forse di più) di quello che animava noi, o me, quando facevamo gli scioperi e le barricate durante il ’68. TikTok è semplicemente l’agorà, lo strumento, che manifesta e amplifica le loro convinzioni. Che sono quelle di giovani straordinari. Se non ci credete chiedete a Donald Trump.