Articoli / Blog | 07 Settembre 2020

Blog – Riforma intercettazioni: che nessuno violi i nostri dati sensibili

Una delle cattiverie maggiori che ci facevamo da bambini tra fratelli era quello di chiuderci a chiave nella stanza dell’altro e frugare, apertamente, scopertamente, tra gli oggetti, i segreti della persona che in quel momento era diventato il nemico. Io ho il ricordo nitido di una di quelle volte, con me disperato a picchiare sulla porta mentre l’altro, ostentando una grande calma, scandiva ad alta voce: “guarda guarda, e cos’è questo?” La tortura diabolica non durava molto perché poi interveniva l’autorità – papà, mamma – a ripristinare l’ordine comminando punizioni a pioggia, però il piacere sadico della cattiveria (perché così bisogna chiamarla) era più forte del dolore correttivo che si sarebbe pagato.
Questi pensieri mi venivano in mente mentre leggevo la notizia di venerdì scorso per cui in queste ore sta entrando in in vigore la nuova Riforma delle intercettazioni: quella che permette di usare in modo ampio i Trojan, tanto per intenderci i sistemi di captazione usati nel caso Palamara. La riforma è frutto della mediazione tra le diverse anime del governo precedente (M5S e Lega) ed è stata fortemente voluta dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
In sostanza i pubblici ministeri hanno più potere di prima nel decidere come e quando si possa intercettare, però avranno anche molta più forza nell’impedire che le intercettazioni “sensibili” non vengano divulgate. Quindi, in sostanza, le cose per noi gente normale, dovrebbero andare meglio però la sensazione è orribile. Lo sapevamo e lo sappiamo che possibile che qualcuno di completamente estraneo alla nostra vita possa spiarci ventiquattro ore su ventiquattro, mentre preghiamo, siamo in bagno o facciamo l’amore, sia che il dispositivo sia acceso o spento. Non mi va che ogni mio file, mia foto, mio whatsapp, ogni frammento elettronico che contiene il mio indicibile sia a disposizione di un giudice.
Quando diciamo “protezione dei nostri dati sensibili”, stiamo solo riformulando in termini laici e quotidiani il contenuto di quella antica virtù che un tempo chiamavamo “pudore” e che altro non è se non “il rispetto per sé”. Virtù antica non perché è retaggio di epoche piene di tabù e di rossori di gote, ma antica perché “nata con l’uomo”. Il senso del pudore, infatti, non è nato con i bikini e le minigonne: il senso del pudore non soffre di discriminazioni di genere perché non è roba da signorine. Il senso del pudore è un senso, appunto, e appartiene all’uomo come gli appartengono tutti gli altri sensi. Abbiamo il tatto perché abbiamo la pelle, abbiamo l’udito perché abbiamo le orecchie, la vista per gli occhi, il gusto per le papille e l’olfatto per il naso. Siamo fatti così: abbiamo un corpo, abbiamo un’anima, un’intelligenza. E le proteggiamo, le custodiamo – ci custodiamo – solo perché ci percepiamo come preziosi, importanti.
In questo senso serve il paragone con le nostre parole. Nessuno desidera che i propri messaggi vengano letti da altri che non siano il destinatario: la crescita di Telegram è in gran parte dovuta alla possibilità di “chat segrete”, chat cioè che si distruggono dopo qualche secondo o minuti, o alla possibilità di cancellare messaggi mandati per sbaglio ad altri (quest’ultima funzionalità è stata così importante da costringere il mastodonte WhatsApp a implementarla nel proprio sistema di messaggistica). Le nostre parole scritte in una chat, sussurrate in una telefonata, dette in una veranda, sono nostre e solo nostre e abbiamo il sacrosanto diritto che rimangano solo nostre. Solo la persona a cui sono indirizzate ha il diritto di ascoltarle, leggerle. Solo lei, quella per cui sono state pensate, sa che significato hanno. Solo lei ne conosce il contesto, lo sfondo. Tutto ciò è la virtù del pudore.
Siamo tutti d’accordo che nel caso di un crimine si debba poter accedere alle conversazioni di chi delinque, ma legiferare in questo campo è difficilissimo perché tutti vogliamo che le nostre relazioni private rimangano così, private.
Uno dei conflitti classici tra genitori e figli è quando arriva il momento dell’adolescenza e, nel dubbio di qualche guaio combinato dal figlio, il padre o la madre sentono il diritto di aprire il cellulare e di controllare foto, chat e telefonate. Forse, non voglio generalizzare, qualche volta (raramente) è necessario ma, in ogni caso, è sempre un momento imbarazzante, doloroso, che spessissimo non conduce a nulla di buono perché quel gesto vuol dire – sempre – entrare nell’intimità di un’altra persona e così, in qualche modo, violentarla. In casi estremi di figli minorenni può essere necessario, ma è sempre ferire. I figli, seppur colti in flagranza, anche se trovati con le mani nel sacco, sentono sempre fortissima la violenza del gesto, si sanno violati e quasi mai quel che ne segue può essere sano e costruttivo.
Speriamo che queste nuove facoltà che abbiamo dato alla Stato siano, davvero, solo per il bene.