Articoli / Blog | 30 Agosto 2020

Blog – Il nuovo messale della CEI: le modifiche sono piccole e servono a capire meglio

Il nuovo Messale della Chiesa italiana, quello atteso da diversi anni, è ormai una realtà.
Presentato ieri al Papa, non appena le parrocchie lo avranno potrà essere utilizzato e il suo uso diventerà obbligatorio a partire dalla prossima Pasqua, cioè dal 4 aprile 2021.
Tra le piccole innovazioni, quelle che ci colpiranno di più saranno che il “non ci indurre in tentazione” del Padre nostro, diventerà “non abbandonarci alla tentazione”; e il “pace in terra agli uomini di buona volontà” del Gloria sarà sostituito dall’espressione “pace in terra agli uomini, amati dal Signore”.

È bene ogni tanto cambiare le traduzioni sia della Scrittura che delle preghiere più tradizionali perché il passare del tempo crea sensibilità nuove che richiedono parole nuove. A me per esempio piacerebbe che si cambiasse qualcosa in più. Del Padre nostro vorrei cambiare anche l’espressione “rimetti a noi i nostri debiti” che alla gente fa venire in mente solo i soldi, e dell’Ave Maria la paroletta “ave” che fa pensare al saluto romano e invece, quando Gabriele usò l’analogo in aramaico, intendeva dire “rallegrati”, ma forse non vedrò mai quelle che a me sembrano delle migliorie.

Perché per tanto tempo si è pensato che andasse bene “non indurci in tentazione”? Perché c’è un senso, ormai andato in disuso della parola tentazione, che non è strettamente e radicalmente negativo. Quando una mamma incoraggia il bambino a muovere i primi passi verso il papà spinge il figlio a mettersi alla prova, a rischiare, accettando il rischio che cada. In questo senso lo “mette in tentazione”: è quell’incoraggiare a vivere, a sperimentare, a rischiare con ottimismo, che ogni buon genitore auspica per la propria prole.

Nella Bibbia ci sono molte situazioni in cui Dio mette alla prova con l’intento di far crescere: basti pensare al sacrifico di Isacco quando Dio, dice la Bibbia, “mise alla prova Abramo” (Gn 22,1). L’obiettivo di Dio non è sperare che Abramo cada e pecchi ma insegnare all’uomo, cioè ad Abramo, a donarsi a Dio.

Tutto ciò, di per sé, è bello e positivo ma, purtroppo, nel parlare comune questo senso positivo della “tentazione” è ormai oscuro: prevale il demoniaco “tentare” con l’obiettivo di far cadere, di far morire, di causare danno a qualcuno che si odia. Per questa ragione, mantenere nella situazione attuale la traduzione “non c’indurre in tentazione” non darebbe all’uomo d’oggi una corretta immagine di Dio, perché confonderebbe Dio con il seduttore. Il demonio nel paradiso terrestre tentò Adamo ed Eva perché voleva indurre la sua caduta, voleva il male dell’uomo, desiderava far soccombere i nostri progenitori. E tutto ciò niente ha a che vedere con le intenzioni di Dio. Per questo ben venga il cambiamento.

La frase poi “che Egli ama” del Gloria, quella che sostituirà la precedente “di buona volontà” è più fedele al vangelo e sottolinea l’importanza dell’essere amati da Dio piuttosto che “la volontà”, pure necessaria, di corrispondere a questo amore. Il vangelo di Luca infatti al versetto 2,14 dice :”Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”. Che Egli ama, ovvero “gli amati”.
Ben vengano dunque i cambiamenti. Sono a mio parere utili, certamente non riguardano la sostanza della fede e, in ogni caso, non vale la pena fare per essi “una guerra di religione”.