Articoli / Blog | 17 Giugno 2020

FarodiRoma – Nelle parole di Montanelli sulla ragazza etiope non c’è nessuna presa di coscienza del male compiuto

Nella triste vicenda milanese della statua imbrattata di Indro Montanelli sono convinto ci sia una grande assente: è l’espressione “ho sbagliato, non avrei dovuto commettere quell’errore”. E mi riferisco, ovviamente, alla sconcertante relazione con una dodicenne in Eritrea. Siamo nel 1936 e Montanelli ha 26 anni. Il grande giornalista raccontò diverse volte volte la vicenda pubblicamente. Accadde per lo meno tre volte. Nel 1969 durante la trasmissione “L’ora della verità”, con Enzo Biagi nel 1982 e il 12 febbraio 2000 sul Corriere della Sera, pochi mesi prima di morire.
Lì, nella sua rubrica “la stanza di Indro Montanelli”, difese ancora una volta quanto accadde descrivendo quel rapporto con una persona come fosse il contratto di compra-vendita con un oggetto anzi “un bel animalino”; addirittura, per essere più esatti, quello che fino a quel momento aveva definito “acquisto” nel 2000 venne chiamato “leasing”, mostrando così come Montanelli, rivisitando la vicenda, la aggiornasse solo dal punto di vista contrattualistico e non da quello morale.
Aggiunse anche particolari raccapriccianti. “Faticai molto- scriveva – a superare il suo odore, dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancor di più a stabilire con lei un rapporto sessuale perché era fin dalla nascita infibulata: il che, oltre a opporre ai miei desideri una barriera pressoché insormontabile (ci volle, per demolirla, il brutale intervento della madre), la rendeva del tutto insensibile”. Chi desidera può reperire facilmente sul web la copia fotografica dell’articolo di cui ho riportato qui solo uno stralcio. Può così verificare di persona come, dopo 64 anni (eravamo nel 2000 e i fatti risalivano al 1936), il racconto del grande giornalista sia brillante, ironico, distaccato, oggettivo ma non mostri, a mio parere in modo agghiacciante, alcun fremito di vergogna, di dispiacere o di rettifica per quanto avvenuto. Montanelli morì nel 2001, ovvero pochi mesi dopo quel pezzo, e questo significa che il suo giudizio rispetto a quanto vissuto da giovane fosse rimasto immutato per un’intera vita.

Rimango dell’idea che la statua al giornalista e al martire delle Brigate Rosse debba restare dov’è, ma dentro di me è diventata tanto piccola – fino a sparire – la statua all’uomo. Io credo che Giulio Cesare, Marco Aurelio, o anche diversi papi, abbiano compiuto errori ed orrori molto più grandi di quelli di Montanelli, e così come non voglio che le loro statue vengano abbattute neppure voglio che venga soppressa o anche solo imbrattata quella di Montanelli. Ma bisogna riconoscere che il gesto “sbagliato” di alcuni giovani ha avuto il merito di mostrare a tanti l’enorme limite di un uomo che stimavo moltissimo e che ora stimo molto meno: perché ha mancato della capacità di rendersi conto dei propri errori. Ciascuno di noi, arrivando in fondo alla vita deve avere la grandezza di riconoscere di aver sbagliato, che certi errori commessi non andavano fatti. E in questo caso il sostantivo “errore” va davvero troppo stretto alla vicenda che racconta.

Tratto da FaroDiRoma