Articoli / Blog | 22 Maggio 2020

Ora – Silvia e la conversione all’Islam, non è il momento di parlarne

Diciotto mesi fa, Silvia Romano stava facendo una cosa bellissima: era una volontari. Era cioè tra gli italiani che avevano deciso di regalare pezzi della propria vita: era un valore aggiunto della nostra società, e ce lo saremmo dovuti tenere stretto. È successo poi quello che è successo. Al Shabaab è l’Islam fanatico, quello che ti ferma per strada e se non sai recitare una sura del Corano, ti ammazza. Alle persone rapite come Silvia puntano il fucile in fronte dicendo che se non ti converti ti ammazzano. C’è stato poi, probabilmente, il riscatto. Se il rapimento fosse avvenuto in Italia, ci sarebbero state certe leggi, un’atmsofera di legalità. In quella parte di Africa non c’è nessuno con cui poter trattare. Se sono stati spesi dei soldi, forse è la volta buona che sono stati spesi bene. D’altra parte siamo noi italiani, non da soli, a vendere le armi a gente come quella che ha rapito la nostra ex volontaria. Non dimentichiamocelo.
Poi Silvia Romano è arrivata in Italia, indossava una veste islamica verde e ha confermato, non solo di non aver mai subito costrizioni fisiche o violenze, ma di essersi convertita all’Islam “liberamente”. Queste parole, però, invece di dissipare i dubbi, li hanno aumentati e hanno fatto intendere che il suo essere diventata musulmana sarebbe legato ad una sorta di sindrome di Stoccolma. È quel fenomeno per cui la vittima si “innamora” del carnefice. Una sindrome piuttosto comune nelle persone vittime di abusi e che avviene non di rado ai membri di una setta, alle prostitute, agli ostaggi, o ai prigionieri di guerra: la perdita totale del controllo della propria vita che subisce l’ostaggio, è una cosa difficilissima da gestire, e diventa sopportabile quando la vittima s’identifica con le motivazioni dei carnefici.
Nulla è trapelato dei colloqui che ha avuto con le istituzioni. Le cose da chiarire però non sono poche. Se fossero vere l’assenza di violenza e la sua conversione all’Islam, perché mai il governo parlerebbe di successo della nostra intelligence? Se Silvia fosse stata libera di tornare non ci sarebbe stato bisogno di alcuna operazione “delicata”: al limite, anzi, avrebbe persino potuto dichiarare di voler rimanere lì dov’era. Ma non è accaduto. E le lacrime copiose e commoventi degli abbracci ai parenti sono lì a testimoniarlo.
In ogni caso è assolutamente impossibile riconoscere come vera una “conversione” all’Islam avvenuta in simili circostanze. Tanto per avere un termine di paragone, una persona che desidera diventare cristiana deve chiedere alla Chiesa cattolica di essere preparata attraverso un percorso che dura almeno due anni, e questo avviene nelle condizioni di una vita assolutamente normale. Cosa diremmo di una persona che venisse rapita da una “setta cristiana” e dopo diciotto mesi (nemmeno due anni) dicesse di voler appartenere a quella setta? Nessuno penserebbe neppure per un’istante ad una vera vocazione, ad una scelta autentica. Nessuna autorità cristiana approverebbe qualcosa del genere. Per questo, nel caso di Silvia Romano, nessuno può pensare ad una vera conversione all’Islam. Verso la quale, se fosse autentica, tutti avremmo, ovviamente, il più profondo rispetto. Ma, per favore, parliamone al meno tra due anni! A questo punto però sarebbe bene che qualche autorità musulmana spiegasse che anche per quella religione non è possibile accettare come vera una “conversione” avvenuta nelle condizioni che ha dovuto patire Silvia Romano, quando era nelle mani degli jihadista di al-Shabaab: un gruppo affiliato ad al-Qaeda, e protagonista di numerose stragi ed attentati.

Tratto da ORA