Blog / Lettere / Rebibbia | 29 Marzo 2020

Lettera da Rebibbia – Appello del carcere alla società civile

I detenuti di Rebibbia mi fanno giungere questo struggente appello alla società civile. Ha la forza della parola che nasce dalla propria carne. Posso solo accogliere questa richiesta e pregare le agenzie di comunicazione di farsene eco

Il DPCM del 4 marzo 2020 ha stabilito la chiusura delle scuole in tutta Italia fino al 15 marzo 2020 ed ha raccomandato si sfruttare la detenzione domiciliare tutte le volte che è possibile farlo, per evitare il diffondersi del contagio nelle prigioni.
La delicata fase emergenziale è tutt’ora in atto ed ha avuto conferma via via più stringente nei DD. LL. NN. 6,9 e 11 del 2020.
È di solare evidenza come non possano essere rispettati in carcere quei parametri di distanziamento sociale che sono stati disposti dal Governo con controlli serrati e con un’attenzione straordinaria.
Purtroppo la contiguità in carcere è qualcosa di diverso ed è assolutamente inevitabile con l’attuale sovraffollamento che difficilmente per gli istituti italiani è inferiore al 150%.
Recentemente hanno assunto l’onore della cronaca episodi di rivolta in diversi istituti italiani da sud a nord con conseguenze tragiche che hanno purtroppo compromesso anche vite umane.
Il palcoscenico mediatico è durato pochissime ore perché la grave situazione italiana a seguito della pandemia in atto ha giustamente assorbito le attenzioni giornalistiche.
A seguito dei tentativi di rivolta messi in atto in molteplici istituti, le autorità hanno emanato disposizioni, o meglio hanno finto di emanare disposizioni tese all’allegerimento dell’attuale sovraffollamento carcerario rispolverando benefici carcerari già in vigore (AA. DD., Affidamento in prova, Legge 199/2010) che raramente sono concessi dalla magistratura di sorveglianza, in particolare da quella di Roma.
Senza analizzare le motivazioni che per anni hanno determinato dinieghi e rallentamenti nell’esame di istanze sottoposte all’attenzione della magistratura di sorveglianza di Roma, la direzione del Carcere di Rebibbia ha aperto un dialogo con il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma facendo sì che all’incontro via Skype partecipassero anche rappresentanze dei detenuti al fine di ascoltare dalla viva voce del presidente quali intendimenti si volevano porre in essere per affrontare il pesante sovraffollamento carcerario.
Si è fatto un lavoro enorme da parte della direzione del carcere e con essa dell’area educativa per istruire centinaia, se non migliaia di istanze per la richiesta di una misura alternativa come quella della detenzione domiciliare.
Si è impiegata una task force della polizia penitenziaria per le verifiche dei domicili, nonché per collaborare presso la magistratura di sorveglianza per l’istruttoria delle istanze pervenute.
Questo immane sforzo si sta rivelando un vero e proprio buco nell’acqua con evidenti ricadute di ordine psicologico negative sia sul fronte dei detenuti sia sul fronte degli impiegati dell’amministrazione penitenziaria che hanno prodotto sforzi che nel corso del tempo mai erano stati profusi.
Purtroppo assisitiamo ad una serie di rigetti incredibili perché i magistrati lungi dall’essere giudici della persona incedono ancora nell’essere giudici del fatto.
A nulla valgono le dettagliate relazioni comportamentali prodotte dall’istituto che testimoniano percorsi rieducativi per la maggior parte virtuosi; nessuna di queste relazioni riesce a superare l’inerzia di giudizio del magistrato di sorveglianza che incentra la sua attenzione sempre e comunque sul fatto originario che ha prodotto la condanna di espiazione.
Lo si è ampiamente capito nell’incontro con il Presidente del Tribunale di sorveglianza presso il teatro di Rebibbia che l’unica soluzione per evitare o ridurre drasticamente il sovraffollamento in atto è quella di introdurre una modifica legislativa che consenta di sostituire la parola “può” con la parola “deve” (nei riguardi dell’azione del magistrato) negli articoli che trattano la concessione di una misura alternativa alla custodia in carcere.
Si badi bene che la presente prospettazione non corrisponde alla richiesta di un indulto perché le misure alternative sono altrettanto afflittive come la custodia in carcere, ma determinano a volte quella svolta di vita che il detenuto ricerca durante l’espiazione di una pena.
Se ci ispiriamo ai concetti costituzionali di rieducazione del reo, non possiamo accettare considerazioni che prescindano dalla prognosi effettuata dall’area educativa, le persone possono e devono cambiare e il diritto alla speranza non può essere soffocato da considerazioni ultronee rispetto alle previsioni del legislatore che ammette ai benefici persone con residui di pena addirittura di quattro anni.
In questi giorni si assiste, sotto certi aspetti con stupore, a soggetti giudicabili anche con pene elevatissime in prime cure che sono posti agli AA.DD. in virtù della pandemia in atto e soggetti con residui anche di un mese che in funzione del reato ostativo commesso, anche se già ampiamente pagato, subiscono dinieghi inspiegabili.
In queste brevi considerazioni tralasciamo casi di personaggi famosi che con residui di cinque anni e quattro mesi ovvero di otto anni e mezzo sono posti in misure alternative con velocità decisionali che sono confrontabili con quelle della luce, in questo caso mai fu più vera quella frase contenuta nel libro “La Fattoria degli animali” dove si diceva che tutti gli animali sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri!
In estrema sintesi si chiede che vengano valorizzate al massimo le relazioni comportamentali dell’istituto e le prognosi in esse contenute e che si conceda un automatismo per la misura della detenzione domiciliare quantomeno per soggetti con pena residua oscillante tra i quindici e i ventiquattro mesi.
Abbia la politica il coraggio e la coerenza che la circostanza di grave crisi richiede ed eviti di prendere in giro soggetti ai quali è stata tolta la libertà ma non la capacità di ragionamento.
Con i sensi del nostro più rispettoso ossequio

Fabio De Santis, detenuto di Rebibbia Nuovo Complesso


FaroDiRoma riporta per intero l’appello

Qui: E se la bomba del virus esplodesse nelle carceri?
Qui: Fate presto: evitate l’apocalisse da coronavirus nelle nostre carceri