Blog / Scritti segnalati dal blog | 08 Gennaio 2019

Progetto Gionata – Riconosciuti come famiglia e chiamati alla testimonianza. Il cammino verso l’unione civile di una coppia gay cattolica

Alessandra Bialetti segnala al blog questo articolo

Testimonianza di Marco e Pier presentata al Workshop “Il percorso umano e spirituale delle coppie LGBT raccontato da loro e dai loro genitori” tenutosi al Forum dei Cristiani LGBT (6-7 ottobre 2018, Albano Laziale)

Le presentazioni innanzitutto… Io sono Marco, ho 49 anni e lavoro come redattore in una Casa Editrice; Pier ha 38 anni e insegna danza classica. Viviamo a Bologna, dove ci siamo uniti civilmente il 19 maggio 2018. In questa breve testimonianza vogliamo dirvi qualcosa di noi, come singoli e soprattutto come coppia.

Trovare sé stessi per trovare e riconoscere l’Altro

Non si può essere coppia se prima non si è pienamente sé stessi. Per questo il percorso di ognuno di noi è il terreno in cui la vita di coppia mette radici. Io e Pier abbiamo avuto due itinerari di vita e di fede abbastanza diversi ma che a un certo punto si sono intersecati. Io sono cresciuto in Azione Cattolica, sono stato animatore ed educatore di fanciulli e adolescenti, impegnandomi anche a livello di équipe diocesana fino ai miei 25 anni; Pier ha frequentato la parrocchia fino alle scuole medie, vivendo la fede con un sentimento autentico ma senza la consapevolezza della ricerca profonda di Dio che il suo cuore desiderava.
Poi, per entrambi, c’è stato un momento in cui la vita di fede ha conosciuto un’apparente interruzione, una progressiva distanza, se non addirittura un sentimento di repulsione per la Chiesa e l’assiduità sacramentale e liturgica, vissuta con sempre maggiore freddezza. Non solo per un senso di estraneità rispetto alla comunità ecclesiale quanto per il bisogno e il desiderio di trovare la nostra “nuda” umanità, la nostra autentica espressione affettiva e sessuale che sembrava essere mortificata e soffocata nei contesti in cui vivevamo.
È stato per tutti e due, e in parallelo, il tempo dell’esperienza, del confronto, degli incontri, alcuni significativi e altri meno. Ma questo tempo – oggi lo possiamo dire – è stato un tempo di grazia nel quale, senza che ce ne rendessimo conto, il Signore ci ha fatto trovare noi stessi e ci ha preparato a riconoscerci. Quando ci siamo incontrati, io avevo 41 anni e Pier 30, era il 2010. È sorprendente come l’incontro di noi come coppia abbia fatto scaturire nel giro di pochi anni un’esigenza spirituale comune, per me il vivo desiderio di tornare alla consuetudine con la Parola di Dio, per Pier quello inizialmente più indistinto di una ricerca interiore. In realtà il Signore ci aveva chiamati a sé l’uno attraverso l’altro.

Una domenica siamo entrati casualmente nella chiesa di San Vitale a Bologna, durante la messa serale celebrata dai padri gesuiti. Irene, una nostra cara amica che allora dirigeva il coro e per la quale eravamo ancora degli sconosciuti, ci ha confessato in seguito che quando ci ha visti in chiesa ha pensato: “se loro si sentono accolti qui, allora vuol dire che Dio è veramente con noi”.
Non siamo mai usciti da quella chiesa dove ci siamo sentiti subito a casa. Il nostro primo ingresso è stato in realtà un ritorno. Abbiamo così scoperto la spiritualità ignaziana, conosciuto sacerdoti ai quali abbiamo aperto la nostra anima e la nostra mente, incontrato amici con cui condividere la fatica e la gioia della fede e che tuttora costituiscono i nostri compagni di cammino. Con i quali non c’è stato mai il bisogno di dire o spiegare chi siamo, ma più profondamente la libertà di essere noi stessi. Ed è stato proprio grazie alle numerose occasioni di scambio e di confronto offerte dalla nostra “comunità” che abbiamo incontrato Corrado e Michela e alcuni degli amici oggi qui presenti, che avevano da poco iniziato un percorso di crescita per coppie cristiane omosessuali.

Il tempo della scelta

La decisione di unirci civilmente è maturata su questo terreno, anzi grazie a questo terreno. Confesso che è stato Pier, con il suo entusiasmo innervato di concretezza, a farmi rendere conto che era arrivato il momento giusto, vincendo alcune mie resistenze di superficie legate soprattutto alla mia avversione a manifestare troppo apertamente tutto ciò che appartiene alla sfera dei sentimenti.
Ma per entrambi era più forte di ogni resistenza il desiderio di far diventare il nostro rapporto d’amore adulto e responsabile del bene dell’altro; e al tempo stesso l’esplicita, consapevole volontà di dare una testimonianza della nostra vita di coppia sia alla società civile sia alla comunità ecclesiale alle quali parimente apparteniamo. Sentivamo quasi il dovere di dire agli altri quello che la nostra anima aveva capito da tempo: “ecco, siamo cosa molto buona”.
La nostra decisione non ha dovuto fronteggiare ostacoli esterni, ma ha anzi ricevuto subito incoraggiamenti e gioioso supporto dalle nostre famiglie, dagli amici, dai colleghi, dai nostri fratelli nella fede. Il percorso di crescita intrapreso con Corrado, Michela e le altre coppie ha contribuito a far maturare questo frutto.

Un giorno di benedizione e di festa

Una benedizione e una grande festa: questo è stato per noi il giorno della nostra unione civile. Un momento abitato dalla presenza del Signore, che molti hanno avvertito in quella sala del Comune di Bologna. Non abbiamo voluto inventare nessuna liturgia alternativa o antagonista, ma desiderato che in qualche modo si incontrassero quel giorno e in quel luogo tutti i volti delle nostre giornate, tutte le dimensioni del nostro vivere.
Non c’è stato bisogno, crediamo, di invitare il Signore, che è arrivato prima di tutti; ha parlato con le parole intense e profonde di Corrado (che ha celebrato la nostra unione); si è rivelato nelle testimonianze lette da me e da Pier; ha intonato con la voce emozionante di Irene un canto che abbiamo eseguito tante volte a messa e che parla del Suo amore incondizionato.
Dio era uscito dalle mura di una chiesa per abitare un luogo apparentemente lontano, come accade nel libro del profeta Ezechiele, quando la gloria del Signore lascia il tempio di Gerusalemme per raggiungere il suo popolo lungo i fiumi della terra dell’esilio. La sensazione è stata quella di un allargamento dei confini fino a includere tutti nella stessa gioia condivisa, per primi i nostri nipoti con la loro naturalezza nel chiamarci entrambi “zii”, senza che nessuno li avesse mai instradati o istruiti a farlo.

Riconosciuti come famiglia e chiamati alla testimonianza

Che cosa è cambiato da quel giorno? È forse ancora presto per dirlo, sono passati pochi mesi… Ma una sensazione palpabile l’abbiamo avuta subito: quella di essere riconosciuti come famiglia, a partire proprio dalle nostre famiglie. Come l’effetto di un salutare taglio del cordone ombelicale che ci teneva ancorati quasi inconsapevolmente al nucleo familiare d’origine; coinciso per me 3 anche con la morte di mia mamma, che ci ha lasciato un testimone ideale nella costruzione della vita familiare.
Abbiamo poi scelto di condividere tutto anche materialmente, optando per il regime di comunione dei beni, perché era importante per noi che la responsabilità reciproca si esprimesse nella gestione pratica del quotidiano. Da qui si apre una strada nuova da percorrere e costruire insieme. Una strada che appena intrapresa ci ha portato come primi frutti la gioia di chi ci circonda e l’incoraggiamento ad essere ancora strumenti di testimonianza nelle forme che il Signore vorrà mostrarci, come la nostra presenza qui.

Di certo il nostro desiderio è che la nostra unione e il viverla giorno per giorno possa essere un contributo al cammino della Chiesa, senza presunzione e senza nasconderci difficoltà, perché nella Chiesa, popolo di Dio in cammino, spesso ci troviamo a procedere con passi diversi e in direzioni apparentemente opposte. Sappiamo però che il sentirci “cosa buona” non può essere nascosto e sentiamo nel profondo indirizzate anche a noi come coppia le parole che il Signore rivolge a tutti i suoi figli amati:

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre buone opere e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli. (Mt 5,14-16)