Blog / Renato Pierri | 01 Ottobre 2018

Le Lettere di Renato Pierri – Eremita per non soffrire troppo

In un breve articolo pubblicato non più di un mese fa su Rosebud, scrivevo: «Come spiegare il ritrovamento di Dio, un accrescimento della fede a seguito di una disgrazia tremenda o nel momento stesso in cui la disgrazia tremenda avviene? Non sono uno psicologo ed ovviamente potrei anche sbagliare, però ritengo che la fede in questo caso sia una fuga inconsapevole e quindi involontaria dalla sofferenza. Il dolore è troppo, è insopportabile, e per non soccombere ci si rifugia nella fede. La gioia di “sentire” la presenza di Dio, la sua vicinanza durante e dopo la disgrazia, la gioia di trovare o ritrovare Dio, Dio che consola, attenua il dolore tremendo, lo rende sopportabile. Così, anche una disgrazia gravissima, priva di senso, come la perdita di un figlio, assume un senso agli occhi di chi, per difendersi dalla sofferenza, trova rifugio nella fede».
Oggi, in un articolo tratto dal settimanale “Credere”, leggo sul blog del prete e scrittore Mauro Leonardi: “«Dopo aver messo per tre anni tutta me stessa in una relazione, e avendo scoperto che invece lui provava solo affetto amicale, soffrivo terribilmente, quasi desideravo morire. In quel momento di grande dolore e confusione mi venne incontro questo passo: “Chi non odia anche la propria vita, non può essere mio discepolo”. Io odiavo la mia vita e mi sono detta che anche seguire Gesù, morendo alle proprie aspettative, ai propri progetti, alla propria volontà, era una risposta altrettanto forte al desiderio di morte che mi possedeva. Pensai che così la mia vita avrebbe potuto ancora avere un senso»”.
Sono parole di Viviana Maria Rispoli. In gioventù faceva la modella, oggi ha avviato il progetto “Eremiti con san Francesco”: laici che si prendono cura di luoghi di preghiera e sono uniti nella spiritualità. Custodisce la Pieve di San Giorgio, nella diocesi di Bologna.
Che dire? Queste parole sembrano confermare il mio pensiero: alle volte la fede è la soluzione per non soffrire troppo. E’ probabile che Viviana Maria Rispoli non sarebbe mai diventata eremita, se l’uomo col quale era in relazione avesse ricambiato il suo amore con altrettanto amore. Soffriva terribilmente, scrive, odiava la sua vita, e le venne incontro il passo del Vangelo di Luca: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (14,26). Solo che interpretò male quel passo. Il verbo “odiare” non va preso alla lettera, Gesù voleva insegnare che chi si mette alla sua sequela, deve essere disposto a rinunciare a tutto, anche alla propria vita. Chi odia la propria vita non fa un sacrificio a rinunciarvi, il sacrificio lo fa chi ama la propria vita.
Renato Pierri

IlPasquino

Politicamente corretto