Blog / Luciano Sesta | 23 Luglio 2018

Le Lettere di Luciano Sesta – Non c’è più uomo né donna (1)| Cos’è la “teoria del Gender”?

Il Prof. Sesta condivide con il blog il testo di un suo intervento tenuto a Bagheria nel novembre dello scorso anno, in cui erano presenti anche l’avv. Gianfranco Amato e la dottoressa Silvana De Mari. L’intervento verrà pubblicato in tre episodi, ecco il primo

Cos’è la “teoria del Gender”?

Oggi, sulla teoria del Gender, c’è un allarmismo solo in parte giustificato, che lo sta trasformando in una fissazione per i suoi sostenitori, in un’ossessione per i suoi critici.

Un approccio più sereno, che non sia troppo preoccupato di vincere o di perdere battaglie culturali e politiche, ci consente di ammettere che fenomeni elementari come la differenza fra uomo e donna, come già insegnava Freud, si comprendono meglio quando entrano in crisi che non in regime di normalità. L’eccezione, infatti, non soltanto conferma la regola, ma aiuta anche a meglio comprenderne il significato. Il dibattito sul Gender, in tal senso, lungi dall’autorizzare una lotta senza quartiere contro il “nemico”, dovrebbe essere salutato come una preziosa opportunità per pensare più a fondo ciò che tendiamo a dare per scontato.

Cosa si intende per “teoria del gender”? In realtà la teoria del gender non è “una” teoria, ma un insieme di studi, i cosiddetti Gender Studies, che dagli anni Sessanta dello scorso secolo hanno concentrato l’attenzione sul modo in cui, nella nostra società, vengono assegnati determinati ruoli sulla base delle differenze biologiche fra uomo e donna. L’idea di fondo che emerge da questi studi è che nascere maschi e femmine crea, nella società di appartenenza, delle aspettative su come dovranno comportarsi gli uni e le altre, e che queste aspettative condizionano a tal punto gli individui, da comprimere la loro libertà di agire diversamente dagli stereotipi culturali basati sulla loro identità sessuale. Se, per esempio, nasce un individuo maschio, la società si aspetterà da lui che si comporti da “uomo”, e dunque che si senta attratto dalle donne, che vesta in un certo modo, che svolga certe professioni piuttosto che altre, che esprima un atteggiamento “virile” piuttosto che “tenero”, o che mostri inclinazione verso attività competitive piuttosto che collaborative. Qualora un “maschio” si comporti diversamente da queste aspettative, o mostri attitudini devianti rispetto a ciò che la società considera “maschile”, allora si cercherà o di correggerlo, imponendogli un comportamento conforme a quello che ci si aspetta da un “uomo”, o si finirà per discriminarlo, considerandolo appunto “deviato”, “effeminato” o “malato”.  

I Gender studies sono stati spesso utilizzati per rivendicare la parità fra uomo e donna: se nascere donne non significa essere destinate per natura a certi ruoli, infatti, è possibile costruire una società che dà a uomini e donne le stesse opportunità di affermazione sociale, smettendo di favorire i primi a discapito delle seconde, con la scusa che certe cose, per natura, possono farle solo gli uomini e non le donne. I Gender studies, in altri termini, vogliono dimostrare che alle differenze somatiche fra maschi e femmine non corrispondono, necessariamente, determinate attitudini sociali e comportamentali.  

Oltre a queste implicazioni sociali, i Gender Studies ne hanno anche di antropologiche, avendo contribuito a distinguere aspetti dell’identità sessuale che, un tempo, erano riuniti in un’unica dimensione, quella “naturale”. Nella visione tradizionale, tutto ciò che si fosse discostato dalla natura, maschile o femminile, degli esseri umani, veniva perciò stesso considerato “innaturale”. Proprio i Gender Studies ci hanno aiutato a capire che in realtà l’identità sessuale di una persona è una dimensione ben più complessa, in cui entrano in gioco, oltre al fattore naturale, diversi altri fattori. Negli esseri umani, infatti, distinguiamo:

1) il sesso biologico, che fa riferimento all’anatomia dei corpi e alla loro identità genetica, che possono essere maschio (XY con pene e testicoli) o femmina (XX con seni, vagina, utero e ovaie);

2) l’identità di genere, che si riferisce al vissuto psicologico, ossia al modo in cui ogni essere umano percepisce la propria identità sessuale, per esempio come uomo, se maschio, o come donna, se femmina. In caso di mancata coincidenza fra sesso biologico e identità di genere, parliamo di transessuale, ossia di persona la cui identità di genere va al di là (trans) del proprio sesso anatomico, oppure di transgender, quando la persona, biologicamente maschio o femmina che sia, non si accetta né come uomo né come donna;

3) il ruolo di genere: come “marito-moglie”, “casalinga-lavoratore”;

4) l’orientamento sessuale: eterosessuale, omosessuale, bisessuale.

A eccezione dei militanti più estremisti – e cioè i sostenitori del cosiddetto “queer”, per i quali l’identità di genere e lo stesso orientamento sessuale possono variare “from day to day” in base alle preferenze del momento – molti esponenti delle teorie Gender non affermano che a determinare il sesso di una persona siano i suoi gusti personali e le sue libere scelte. L’idea del corpo “attaccapanni”, al quale ciascuno appende a capriccio il proprio orientamento sessuale, è più un espediente retorico escogitato ad hoc dai critici del Gender che una pratica reale e diffusa. È vero che il corpo non è né trascurabile, né insignificante né trasformabile a piacimento. Ma qui non si dice che il sesso deve essere deciso liberamente, ma che ci sono casi in cui il proprio sentirsi uomo o donna, e dunque la propria identità di genere, non coincide con il proprio sesso biologico. Non si dice dunque che il desiderio deve determinare il proprio sesso, ma che ci sono casi in cui il proprio sesso non determina il proprio desiderio, o casi, come quello dell’omosessualità, in cui il proprio orientamento sessuale non coincide con quello biologicamente suggerito dal proprio corpo. Molte delle campagne pro-gender, in tal senso, non vogliono necessariamente promuovere o diffondere certi orientamenti sessuali, ma solo far sì che, quelli che già ci sono, siano accettati e non discriminati.

Fra natura e cultura

Oggi esiste un nutrito schieramento, soprattutto in area cattolica, che cerca di arginare i rischi delle teorie del Gender rifugiandosi, per così dire, nella “natura biologica” dell’uomo, che ci imporrebbe, inequivocabilmente, una sola secca alternativa: o maschio o femmina, tertium non datur.

A questo proposito, bisognerebbe osservare che se davvero la differenza maschio-femmina avesse una così solida base naturale non suscettibile di modificazioni culturali, allora non si temerebbe, come invece si teme, che una cultura come quella del Gender possa “convincere” chi è maschio a diventare femmina e chi è femmina a diventare maschio. Se l’identità sessuale è insomma assicurata dalla natura sin dall’inizio esclusivamente maschile o femminile del corpo biologico, nessuna cultura, nemmeno quella Gender, potrà mai modificarla. Perché dunque allarmarsi sul rischio che certi programmi educativi possano influenzare i nostri figli? Per un motivo semplice: perché l’identità sessuale è frutto non solo della natura, ma anche della cultura, che può dunque influenzarla. Proprio come ci dice quella stessa teoria del Gender di cui molti, sbagliando, non vogliono cogliere gli aspetti anche positivi.

La storia ci insegna che se oggi si tende a dire che la differenza fra maschio e femmina dipende solo dalla società, ciò accade per reazione a una lunga tradizione che ha preteso di ricavare tale differenza direttamente dalla natura, se non addirittura dall’anatomia. Lo psicologo E.H. Erikson, per esempio, ha scritto: «Nel maschio troviamo organi esterni di natura erettile, intrusiva, portatori di spermatozoi mobili; nella femmina organi interni, con un accesso cavo che conduce a ovuli in statica attesa». Da qui il destino domestico della donna, e quello professionale dell’uomo. Una volta che vengono derivate direttamente dall’anatomia dei loro corpi, però, la “vocazione” domestica della donna e quella professionale dell’uomo diventano uno stereotipo di genere, ossia una convenzione sociale spacciata per dato naturale.

Proprio per questo motivo, l’assunto base della teoria del Gender è che la differenza sessuale non è basata su dettagli anatomici, e dunque sulla natura, ma è costruita socialmente mediante la cultura. A essere socialmente e culturalmente costruiti, per alcuni, sono non solo i ruoli di genere (casalinga, avvocato, padre, madre), ma anche l’identità di genere (uomo, donna) e l’orientamento sessuale (eterosessuale, bisessuale o omosessuale). Per i più radicali, come Judith Butler, anche il sesso biologico è frutto di un pregiudizio culturale. La differenza anatomica fra genitali femminili e maschili, infatti, sarebbe incomprensibile a prescindere dal significato culturale che le attribuiamo. I genitali maschili non sono naturalmente destinati a unirsi a quelli femminili, come dimostra non solo l’omosessualità, che c’è da sempre, ma anche secoli di celibato religioso. Non si vuole con ciò dire che le due fattispecie siano equivalenti, ma che in entrambi i casi la persona può non assecondare la finalità iscritta per natura nel proprio corpo sessuato.

Per dare una base oggettiva alla differenza fra uomo e donna, si citano spesso anche le neuroscienze, facendo notare, per esempio, che le aree cerebrali del linguaggio e dell’ascolto sono più sviluppate nelle donne, mentre quelle dell’impulso sessuale sono più sviluppate negli uomini. Se le differenze biologiche fossero davvero criteri comportamentali, però, in base all’informazione precedente dovremmo dire che mentre le donne sono nate per parlare al telefono, gli uomini per fare sesso. Le hot-line sarebbero la modalità di rapporto uomo-donna più naturale che ci sia. In realtà la biologia del cervello non è sufficiente a indicare un criterio di comportamento. Quali, fra le strutture biologiche che caratterizzano i maschi e le femmine, dobbiamo assecondare e quali dobbiamo invece contrastare? L’impulso sessuale, per esempio, deve essere contrastato sempre, solo qualche volta o mai? Come deve essere disciplinato? Quando? In che forme? Rispondere a tali domande, e il fatto stesso di porsele, ci fa uscire dall’ambito della biologia, facendoci entrare nell’ambito della cultura.

A ben vedere, basare l’identità sessuale sul solo corpo è un errore uguale e contrario a quello di basarla sulla sola cultura o sulle sole aspettative sociali. Gli esseri umani, nel dibattito fra i pro-gender e gli anti-gender, sono stati divisi in due fra natura e cultura: la prima sarebbe una dimensione oggettiva, che è così com’è a prescindere dalla cultura e dai nostri desideri soggettivi; la seconda, invece, esprimerebbe la capacità di plasmare la nostra natura, e di modificarla secondo i nostri gusti e i nostri interessi. Abbiamo così il partito della natura (composto tendenzialmente da alcuni cattolici) e quello della cultura (i sostenitori delle teorie Gender). La contrapposizione polemica tra questi due schieramenti induce a porsi una domanda fuorviante, ossia se le differenze fra uomini e donne siano scritte nei loro geni o siano prodotte dalla società. In realtà bisognerebbe rispondere: ne’ l’una né l’altra cosa. Entrambi gli schieramenti, infatti, dicono qualcosa di vero, che però diventa falso una volta che viene contrapposto polemicamente a quanto sostiene lo schieramento opposto. Più dico che uomini si nasce per natura, più mi sentirò rispondere che lo si diventa per cultura. E viceversa, in un gioco senza fine.

Bisogna uscire, una volta per tutte, da questo meccanismo di azione e reazione, basato sulla contrapposizione di aspetti che, nell’uomo, si trovano inseparabilmente connessi. L’uomo, infatti, a differenza degli altri animali, è un essere culturale per natura. Non c’è niente, in lui, che sia soltanto natura o soltanto cultura. L’identità sessuale di una persona, insomma, non è né un rigido destino biologico né una pura convenzione sociale.

Se le identità di genere uomo-donna abbinate al sesso biologico maschio-femmina fossero realmente solo degli schemi sociali che non corrispondono alle nostre inclinazioni naturali, non avrebbero potuto attecchire così universalmente come hanno fatto. La nostra natura, da questo punto di vista, non è ciò che si manifesta al di fuori di ogni mediazione culturale, ma ciò che rimane uguale nella varietà delle culture. La natura umana non si manifesta cioè come dimensione biologica sottratta a ogni influenza culturale, ma come costante culturale. Proprio per questo possiamo dire che la natura umana si esprime essenzialmente come maschile/uomo e femminile/donna. Che la maggioranza dei maschi “divenga” uomo e la maggioranza delle femmine “divenga” donna non è il frutto né di un destino biologico, né di una mera convenzione sociale. Il divenire uomo del maschio e donna della femmina non avviene cioè né per natura né contro natura.

Si pensi al linguaggio. Ogni uomo, per natura, è capace di acquisirlo, ma non esiste una lingua “naturale”. Tutte le lingue parlate dagli esseri umani sono storiche, culturali. Inoltre, mentre in tutti gli altri animali le caratteristiche di specie fanno la loro comparsa spontaneamente a un certo grado del loro sviluppo, nessun essere umano comincia a parlare per natura, da sé. La sua natura di essere parlante, piuttosto, si sviluppa soltanto mediante il condizionamento sociale di chi, sin dall’inizio, gli rivolge la parola trasmettendogli una determinata lingua. Ma sarebbe assurdo dire che ciò, per il solo fatto di non essere avvenuto “per natura”, e cioè spontaneamente, sia “contro natura”. Nell’uomo, infatti, le aspettative sociali e il condizionamento culturale non sono una manipolazione artificiale della sua “vera” natura, ma le forme del suo sviluppo e della sua piena manifestazione.

 

Luciano Sesta, sposato e padre di quattro bambini, è docente di Storia e Filosofia nei Licei Statali Insegna Antropologia filosofica e bioetica all’Università di Palermo, ed è stato membro dell’Ufficio della Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo. Ha pubblicato numerosi saggi nell’ambito della teologia morale, della bioetica e dell’etica