Se “mi” racconto mi conosci – Letizia. A chi mi chiederà del Cammino…

Continua la rubrica di Alessandra Bialetti «Se “mi” racconto mi conosci». Chiunque desidera può contribuire inviando la propria testimonianza a [email protected]


A chi mi chiederà del Cammino di Santiago non risponderò descrivendo il giorno della partenza, le varie tappe, i refugios o i monumenti e le chiese di cui è disseminato. Non darò consigli su quanti chilometri percorrere ogni giorno, su quali scarpe usare, su cosa mangiare o in che modo prepararsi al viaggio, perché su tutto ciò sono stati scritti libri su libri e anche il cyberspazio offre una panoramica vastissima, sulla quale svetta il bellissimo sito che ospita questa mia testimonianza.

A chi mi chiederà del bagaglio da portare dirò che si deve partire con un carico minimo ma che è necessario tener conto che potrebbe via via aumentare, raddoppiare, riempirsi di tutto ciò che si vive e si vede lungo la strada. Non parlo di cose materiali, naturalmente, ma di quelle che abbiamo dentro, sopite o sconosciute e che il Cammino ti fa tirar fuori: la capacità di sopportazione, il coraggio di andare avanti anche se stanchi e dolenti, le lacrime che la fatica e i disagi affrontati ti strappano dagli occhi. Gli dirò anche che, al tempo stesso, dobbiamo essere pronti a dire addio ad altro, a cose che ci siamo portati dietro e che sono solo un’inutile zavorra: intolleranza, sfiducia nelle proprie capacità e negli altri, orgoglio, competitività.

A chi mi chiederà dei pericoli che si possono incontrare lungo la strada e i sentieri assicurerò che oggi non sono più gli stessi che il Codex Calistinus menziona e che rendevano ardua l’impresa dei pellegrini medievali che li affrontavano armati solo della loro fede. Non ci sono i briganti nascosti nei boschi di Montes de Oca e i tavernieri di pochi scrupoli che durante la notte tagliavano la gola ai viandanti più sprovveduti. Il pericolo “vero” è l’attraversamento delle “carrettere”, che quasi sempre avviene in assenza di semafori o di segnaletica efficace. Gli dirò che lungo la strada ho visto diverse lapidi in memoria di pellegrini morti durante il Cammino ma che, davvero, non ci sono rischi tali da far rinunciare all’impresa.

A chi mi chiederà un incoraggiamento io non dirò nulla, perché questo viaggio non comincia a Roncesvalles, a Saint Jean de Pied de Port o a Pamplona, ma da molto prima e in un luogo che non è al di fuori di noi stessi. Non saprei dire, non so ancora, cosa mi abbia spinto e cosa spinga tanti e tanti ad abbandonare per un mese tutto e tutti e cominciare a camminare, a permettere che i nostri orologi si mettano a scorrere in una dimensione altra, dove il tempo è scandito solo dal ritmo dei tuoi passi.

A chi mi chiederà consigli ne darò solo due: quello, se possibile, di partire e di percorrere la strada da soli e quello di avere a disposizione tutto il tempo che si vuole, perché anche il compagno o la compagna della tua vita o l’amico più fraterno ha ritmi e bisogni diversi dai tuoi, che possono anche trasformarsi durante il Cammino o che il Cammino stesso può imporre. E’ necessario essere soli e avere tutto il tempo che si vuole, per fermarsi, per respirare, per vedere, per vivere il viaggio. Il Cammino, cosa nota, è una metafora della vita ma solo alla fine ci si accorge del significato di questa frase ormai logora. La vita: giorni facili, dove sembra che qualcuno o qualcosa ti sollevi lo zaino dalla schiena e ti abbia mandato quella nuvola ad oscurarti un sole troppo caldo. Giorni durante i quali riesci a “macinare” cinque chilometri in quaranta minuti mentre di solito c’impieghi un’ora e più, e pensi che sia stata la strada stessa a darti la forza e l’energia per continuare. Giorni in cui compare all’improvviso una fontana mentre eri riarsa dalla sete, o una toilette nel posto più improbabile mentre ne cercavi disperatamente una. La vita: giorni difficili, in cui tutto sembra andare storto e la strada non avere mai fine o cambia continuamente, dapprima in salita, dove le gambe e il fiato sembrano schiantarsi e poi in discesa, dove devi fare forza e frenare, o ricca di tornanti, o costellata di pietre aguzze che ti fanno incespicare ad ogni passo. Giorni in cui il paesaggio è sempre uguale, sotto il sole delle mesetas o la pioggia continua della Galizia e ti pare di diventar matta, in cui hai voglia di mandare tutto al diavolo e litighi con il tuo compagno di viaggio per ogni sciocchezza, in cui sogni solo il tuo letto e la tua casa e il cibo cucinato dalla mamma. Giorni in cui non fai che pensare, in cui il passato torna a farsi presente e tu lo accogli con le lacrime e il rimpianto, in cui ti sembra di avere accanto delle persone che non ci sono più o ti salgono alla bocca sapori ormai dimenticati e credi di risentire voci da tempo mute. Giorni in cui invece la tua mente, come un solerte architetto, comincia a progettare e i buoni propositi per l’avvenire ti ruotano intorno come le palline di un giocoliere, tante, belle e colorate, tutte in circolare equilibrio sulla tua testa e altri in cui i conti con la tua vita sembrano davvero non tornare e allora metti il muso e non riesci a sorridere e a vedere ciò che ti circonda. Giorni pieni d’incontri, che possono essere buoni e lasciarti dentro qualcosa di diverso o meno buoni o, più spesso, indifferenti. Giorni in cui devi comunque andare avanti, in un modo o nell’altro. Giorni di solitudine, perché si è sempre soli, perché si nasce e si muore da soli, gli altri sono solo compagni di strada. E’ difficile da accettare ma il Cammino te lo insegna passo dopo passo.

A chi mi chiederà del Cammino parlerò del silenzio che avvolge i boschi dei Pirenei, i verdi pascoli, le distese di grano della Navarra e i dolci vigneti della Rioja. Silenzio che aleggia sopra i laghi e i ruscelli, lungo il fresco corso dei fiumi. Silenzio che ti cammina accanto lungo le assolate piane delle mesetas e i rettilinei vuoti e infiniti, costeggiati da filari di pioppi che si dondolano pigramente al vento. Allora può accadere che, mentre cammini, cominci a scendere, dolcemente o con dolore, dentro di te, fino a raggiungere le tracce del tuo più lontano e ascoso passato, fino a riposare, per un istante, nell’Unità e nell’Indiviso. In quel momento intuisci che il silenzio è davvero ciò che di più bello sia stato creato da Dio e, se il vento lo spezza, sei certa che quella sia la Sua voce.

A chi mi chiederà del Cammino paradossalmente e volutamente parlerò del ritorno, quando tutto ciò che ti circonda appare opaco e privo di colori, quando le gambe non vogliono saperne di stare ferme e continuare a camminare diventa il primo dei tuoi bisogni; gli dirò che l’aria di casa è come se avesse perduto il suo profumo e che quando cammini continui a guardarti intorno, cercando gli altri con i loro zaini e i bastoni, ma non vedi più nessuno.

A chi, infine, mi chiederà che cosa ho scoperto, racconterò che la vista dell’oceano dal faro di Finisterre mi ha fatto capire d’essere solo all’inizio e non alla fine del mio percorso, che quella distesa infinita è stata per me un invito ad andare ancora avanti, “oltre”, ma per strade diverse, tutte interiori. Strade che solo l’anima conosce.

Dicembre 2002

Letizia Maria Mineo ([email protected])