Blog / Davide Vairani | 22 Maggio 2018

Le Lettere di Davide Vairani – La tecnologia non ci allontani dalle nostre responsabilità

“Dimenticare” è scontato, banale, umano. Se non si soffre di patologie degenerative, “dimenticare” o “scordarsi” di un appuntamento fa parte della quotidianità di ciascuno di noi, a qualsiasi età. “Dimenticare” il proprio figlio piccolo in macchina per ore al punto da lasciarlo morire per ipotermia è terribile. Ci si “dimentica” di qualcuno che si è visto una volta sola, ci si “dimentica” di un fatto banale e ci si “dimentica” di chi non si conosce, di chi non si ama.

Ci si “dimentica” – persino – di chi si ama? La cronaca dei giorni scorsi ci ha consegnato una bambina di poco meno di 1 anno morta dopo che il padre l’aveva dimenticata chiusa in auto in un parcheggio a poca distanza da Pisa, dove l’uomo lavora. Sul posto sono arrivati polizia e carabinieri, insieme con il personale del 118 e i vigili del Fuoco: quando sono arrivati i soccorritori la bambina era già deceduta. Il padre, trovato in forte stato di choc, è un ingegnere ed è attivo da anni in politica, tanto da avere anche ricoperto l’incarico di segretario del locale circolo del Pd; la bimba deceduta era la sua seconda figlia. Sarebbe stato un collega di lavoro dell’uomo a dare l’allarme, dopo avere notato la bimba sul seggiolino nell’auto parcheggiata sotto al sole nel posteggio dello stabilimento: la macchina sarebbe rimasta lì parcheggiata per ore, confermando l’ipotesi che il padre della piccola possa essersi “dimenticato” di averla con sé. Più o meno negli stessi minuti, per una tragica coincidenza, la mamma della bambina era andata a prenderla all’asilo nido, ovviamente senza trovarla: la donna ha immediatamente telefonato al marito, e a quel punto sono stati messi in moto i soccorsi; quando il personale del 118 ha raggiunto il posteggio, però, per la piccola, rimasta molte ore in auto, non c’era più nulla da fare.

Ci si può “dimenticare” – persino – di chi si ama? Sì. E il terribile dramma di questo e altri genitori è già diventato un “fenomeno”. O così i media veicolano la comunicazione di questi fatti, con titoloni allarmanti, citando l’elenco dettagliato dei precedenti negli ultimi anni. Come se stessimo assistendo ad una sorta di pandemia, una mutazione antropologica destinata a produrre pericolose amnesie nella più parte della società. Prima di ingenerare sconcerto in chi legge queste righe: fosse anche uno, un solo “caso”, trattasi un dramma devastante per quel povero genitore che certamente non per scelta deliberata si ritrova a vivere la perdita del proprio cucciolo in questa atroce modalità.

Osservo un altro aspetto. Un aspetto che ha a che fare con l’informazione e con le dinamiche che si ingenerano. Insisto. Provate a “googolare” e leggere i titoli e i sottopancia degli articoli nei quali vi imbatterete: questi drammi diventano un “fenomeno”. Se però si prova a scavare un po’ più a fondo, anche se non esistono codifiche misurabili in sede storica per eventi di tale natura, ci si accorge che si sta parlando di una o due “dimenticanze” come questa nel corso di qualche annualità. Non riesco nemmeno ad immaginare il dolore straziante di un genitore dopo una “dimenticanza” tale.

Che cosa accade dentro di noi? “Anche se una madre si dimenticasse del proprio figlio” .. Un vuoto di memoria, un black-out? Un funzionamento anomalo della parte cosciente della nostra mente, che noi erroneamente consideriamo infallibile. Le anomalie possono coinvolgere qualsiasi elemento. Infatti, se possiamo dimenticare le chiavi, potenzialmente possiamo fare altrettanto con un figlio. Possiamo dare la colpa allo stress, a carenza di sonno e a cambiamenti nella routine quotidiana, ma non credo possano essere cause sufficienti da sole a spiegarne razionalmente gesti così “contro natura”. Ancora meno riesco ad immaginare come si possa riuscire a vivere dopo esserne sopravvissuto. Devastante dal punto di vista emotivo, con disperazione, angoscia, sensi di colpa, e un lutto che sarà difficile da elaborare nel resto della vita. Poi ci sono gli effetti nella relazione con l’altro genitore. Può un rapporto sopravvivere a un tale evento? Infine, l’aspetto cognitivo. Spesso non si recupera il ricordo di ciò che è realmente successo, e resta attiva la memoria degli eventi che sarebbero dovuti accadere, anche se evidentemente le cose non sono andate così.

Esiste un antidoto a questi drammi? I giornali hanno raccontato l’episodio elencando casi analoghi, ma soprattutto fornendo soluzioni, protocolli e misure adottabili grazie a dispositivi tecnologici integrati ai seggiolini, app e alert sullo smartphone per dire “stop al fenomeno dei bambini dimenticati in auto”.

Ho così appreso che esistono una molteplicità di “soluzioni”. Ad esempio, i seggiolini con allarme incorporato come l’americano Embrace Evenflo DLX con SensorSafe, che nella cintura con cui si assicura il bimbo ha incorporato un sensore che si collega al display del cruscotto ed emette un segnale sonoro se il conducente spegne l’auto senza slacciare la cintura. Un dispositivo molto simile arriva anche dall’Italia: Remmy è un sensore firmato da due papà italiani che si applica a qualsiasi seggiolino e che si alimenta tramite l’accendisigari. Se il conducente spegne il motore lasciando il bimbo sul seggiolino parte un allarme sonoro che segnala la presenza del piccolo nell’abitacolo, basandosi sul peso invariato. Concetto del tutto simile a quello che caratterizza il “salva bebè” ideato dal ricercatore Fioravante Tiveron, composto da due sensori, uno da collegare al seggiolino, l’altro da lasciare sul sedile del guidatore: se l’adulto si alza dal sedile senza recuperare il bambino, scatta un allarme luminoso e sonoro che ne segnala la presenza. Ancora, il belga Kenny Devlieger nel 2014 ha ideato Gabriel, un portachiavi che si collega wireless a un nastro sensibile alla pressione installante sotto ogni seggiolino: se si lascia l’auto e il peso sul seggiolino resta invariato, il portachiavi emette un primo segnale, mentre il tappetino abbinato inizia a monitorare la temperatura. Nel caso superi i 28 gradi, il portachiavi inizia a suonare con più frequenza e a volume più alto, sino a quando non si torna alla macchina a controllare. Chi non si separa mai dallo smartphone, invece, può contare sulle app: Waze, la popolare applicazione di Google per monitorare il traffico, ha aggiunto alle feature gratuite il “Promemoria bimbo in auto”, una notifica accompagnata da un segnale sonoro che ricorda al guidatore di controllare l’abitacolo una volta arrivati a destinazione. Basta abilitare la funzione dal menù impostazioni, e il promemoria viene inviato una volta registrato il percorso effettuato dall’auto. Funzionamento simile anche per l’app Kars4Kids e per l’italiana Infant Reminder, una delle prime a essere sviluppata per prevenire le morti per “dimenticanza”: una volta scaricata sullo smartphone e attivata registra il percorso e, una volta raggiunta la destinazione, inizia a inviare notifiche che, se non vengono visualizzate, fanno scattare il “protocollo di emergenza”, con invio di email e messaggi ai numeri memorizzati di persone che possono intervenire in tempo.

Non lo so. Riflettevo in questi giorni. Possiamo ricorrere a tutti i prodotti immaginabili come quelli sopra descritti con la presunzione di potere evitare il dramma della “dimenticanza” con un surrogato della nostra responsabilità: un sistema di controllo che de-responsabilizza – paradossalmente – l’umano nei confronti del bene più prezioso rimasto a questa società senza memoria, il bambino. E questo dovrebbe farci riflettere sulla speranza sterile e meccanica di questo mondo autistico che affida alla tecnologia la nostra salvezza, ma anche il riparo dall’esperienza delle conseguenze causate dal nostro male.

In fondo, se ci pensiamo, questo affidarsi sempre e in ogni caso a soluzioni tecnologiche è la presunzione di poter controllare l’imprevisto: evitare con un alert un fatto che non può essere assolutamente generalizzato e attribuito a un andazzo dei tempi, bensì solo a qualcosa di drammatico che è successo nel singolo genitore, credo vada nella direzione opposta a quella della responsabilizzazione, verso l’indifferenza intesa come mancanza di familiarità dell’umano, limitatissimo e drammaticamente fallibile. Tantissimi gli esperti che hanno tentato di identificare le ragioni alla base delle fatali dimenticanze: quasi sempre si tratta di mancanza di sonno, stanchezza, stress o variazioni nella routine quotidiana che possono influire sul comportamento anche del più premuroso e attento dei genitori. Accade. Le vittime di questo tipo di morte – clinicamente causata da ipertermia, un brusco aumento della temperatura corporea che causa idratazione e, nei casi più estremi, arresto cardiocircolatorio – sono nella stragrande maggioranza dei casi bambini di meno di quattro anni, che nella stagione più calda subiscono la prigionia di un abitacolo infiammato dal sole e dalle alte temperature.

Comunque la si voglia guardare e riguardare, la tranquillità di un dispositivo è un formalismo che allontana l’umano dalla responsabilità e dalla coscienza di potere fare il male.

Non è un articolo contro la tecnologia, ma contro la derubricazione del drammatico limite umano all’ennesimo fenomeno da arginare con dispositivo tecnologico.

 

 

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Laureato per accide­nti in filosofia all­’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da vent’anni lavoro nel sociale. Se sono cattolico, apostolico, romano lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere. Vi invito a seguirmi sulla mia pagina Facebook e su web al mio Blog “Scommunity