Blog / Davide Vairani | 16 maggio 2018

Le Lettere di Davide Vairani – Il nome di Dio è davvero Misericordia

Cara Betty, ti sto scrivendo adesso perché non posso non dirti che questo non ha creato la benché minima differenza nella mia opinione su di te, che è la stessa di prima, e che è questa: solidamente basata sul rispetto completo. Ho la tendenza a disfarmi delle sofferenze delle altre persone, ma questa, essendo un tuo dolore, sarà anche sempre parte di me. Mi colpisce per il semplice fatto che ha colpito te e ciò dura nel tempo fino a quando ferisce te.[…]Tu ti stai sbagliando nel dire che sei una storia di orrori. Il significato della Redenzione è precisamente che noi non dobbiamo essere la nostra storia e niente è più semplice per me che dirti che tu non sei la tua storia (…) Questo è solo l’inizio di quello che devi accettare. Ciò che devi accettare adesso è il perdono e io ti dico che questo è la cosa più difficile da accettare e che devi farlo continuamente. Nulla di tutto questo è una cortesia o una gentilezza o qualcosa di buona educazione da parte mia, e non è comprensibile.Tu mi hai fatto solo del bene e mi hai dato il regalo che volevi, ma il fatto è che, sopra tutto e oltre a tutto, io ho una relazione spirituale con te; io sono la tua padrina, mi sono autonominata tale dalla prima volta in cui mi hai scritto, e questo significa che ho il diritto di stare dove sono stata messa. […]” – Milledgeville 31 Ottobre 1956, Flannery O’Connor (in “Sola a pre­sidiare la fortezza. Lettere”, Einaudi, 2001).

Solo di recente sto comprendendo che non ottengo niente movendomi sempre“come in battaglia”. Armato di baionetta “in difesa di”, “per affermare che – fosse anche per la più nobile e non negoziabile causa – non serve. I puntuti spigoli del pensiero moderno non sono – in fondo – che dei coni di buio dell’anima: tanto più l’uomo si ingegna in mestieri ed arti per espellere Dio dalla propria vita, tanto più – infine – si ritrova infelice. Non è della battaglia che ha fame il mondo. Non è andando sempre e solo in battaglia. E quando ho combattuto, che cosa ne ho ottenuto per me, per la mia vita? “La fedeltà a Cristo”, mi ripeto. Sono – dunque – più felice e lieto? No, sono costretto a rispondermi. Lo sto scoprendo a mie spese, e soltanto negli ultimi anni: Dio è sempre più grande. Per quanto la quotidianità mi appaia spesso come minacciata, il mistero di Dio sceglie i modi più impensati per incarnarsi e per farsi sentire, scombinando le carte e le pretese umane di inquadrarlo nei propri schemi, fossero pure cattolici. Rileggo spesso ciò che scrivo e rivedo sovente ciò che dico e che faccio. E più passa il tempo e più mi rendo conto di quanto stia impegnato tutto nel seguire una sola via: quella della giustificazione mediante le mie forze, quella dell’adorazione della volontà e delle mie capacità. Un dogma è solo una via d’accesso alla contemplazione ed è uno strumento di libertà e non di costrizione. Per nessuno. Se ci arrivi per contrarietà o per cieca obbedienza in realtà non ci sei affatto arrivato. Dio è sempre “di più”. Se mi guardo indietro, non posso che concludere di non essere mai stato altrove che con i miei “dèmoni”. In un certo senso, i miei dèmoni sono un luogo, più istruttivo di un lungo viaggio in Europa, e un luogo dove nessuno ti può seguire. Dal dolore aggrappato in fondo all’animo – di qualsiasi natura esso sia – ci devi passare. Ci devi stare, prima di passare per andare oltre. Per quanto faccia male (e quanto male!), occorre scendere negli abissi del cuore e ingaggiare un corpo a corpo con i dèmoni che vi abitano.Solo allora può accadere davvero di non vedersi più come una storia di orrori. “Il significato della Redenzione è precisamente che noi non dobbiamo essere la nostra storia”: Dio è “di più”. Senza rendermi davvero conto, per il fatto di pensare che tutto dipenda dal  mio sforzo umano, complico il Vangelo e divento schiavo di uno schema che lascia pochi spiragli perché la grazia agisca. Davvero il nome di Dio è Misericordia.Per dirla come Simone Weil: “Dare un pezzo di pane è più che fare un discorso, come la croce di Gesù è più che una parabola”.

 

Sono nato il 16 magg­io del 1971 a Soresi­na, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Graz­ia. Laureato per accide­nti in filosofia all­’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, da vent’anni lavoro nel sociale. Se sono cattolico, apostolico, romano lo devo ad un incontro fondamentale con d­on Luigi Giussani che mi ha educato a vi­vere. Vi invito a seguirmi sulla mia pagina Facebook e su web al mio Blog “Scommunity