Blog / Luciano Sesta | 13 febbraio 2018

Le Lettere di Luciano Sesta – Il grano e la zizzania. Lettera aperta a Costanza Miriano

Cara signora Miriano, come spesso accade quando si parla di omosessualità, lei è sempre in prima linea sul web, con qualche sferzante commento finalizzato a fare cattolica chiarezza sulle cose. Mi riferisco in particolare al ritiro spirituale per coppie omosessuali, recentemente organizzato nella diocesi di Torino, e da lei denunciato con indignata veemenza. Come tutti sappiamo, il clamore mediatico intorno al caso è stato tale, da suggerire al vescovo di Torino di sospendere l’iniziativa, di cui era responsabile don Gianluca Carrega, l’incaricato diocesano della pastorale per le persone omosessuali.  

 

Sulla linea tracciata da Amoris Laetitia di papa Francesco, l’intento dell’iniziativa era di non far mancare un’assistenza pastorale a persone che si trovano in una situazione oggettiva di peccato, aiutandole, nel confronto con la parola del Vangelo, a valorizzare alcuni aspetti positivi della loro vita, come per esempio la fedeltà reciproca. In una situazione in cui la piena verità degli atti sessuali non è rispettata, in effetti, la presenza di fedeltà, per quanto povera e inadeguata, è meglio della sua totale assenza. Crescere in una virtù, inoltre, anche se non vissuta pienamente nel suo miglior contesto, può rappresentare la risposta che si può dare a Dio nella propria situazione del momento, oltre a far sperimentare che Dio c’è sempre, e non manca mai di offrire il suo aiuto, soprattutto nelle situazioni in cui abbiamo più bisogno di Lui.

 

Per lei, come per molti altri cattolici, non è così. Provare a valorizzare quanto di buono può esserci nelle persone che vivono nel peccato abituale non è un sostegno spirituale e un’occasione di possibile crescita, ma un malizioso incoraggiamento a peccare ancora. O, peggio, una legittimazione cattolica delle unioni civili. Che don Carrega, in alcune sue dichiarazioni e azioni, abbia potuto lasciarlo intendere, non toglie l’eventuale pertinenza della sua iniziativa pastorale, il cui valore non si riduce alle intenzioni di chi la organizza. Purtroppo, invece, come le accade spesso quando interviene su temi simili, lei si lascia prendere la mano dalla vis polemica, mostrando di avere più paura del peccato che fiducia nella grazia: anziché guardare speranzosa all’opportunità, preferisce denunciare timorosa i rischi. Per me è solo la conferma di un sospetto che coltivo da qualche anno, e cioè che alla base di certo cattolicesimo baldanzoso e provocatorio, che ci tiene tanto a non mostrare complessi di inferiorità, c’è, paradossalmente, una mancanza di fede.

 

Quando la leggo, signora Miriano, non riesco a non pensare alla parabola del grano e della zizzania. Animati dal desiderio di fare giustizia, i servi chiedono al padrone di poter sradicare la zizzania dal campo, affinché non soffochi il grano (Mt 13, 24-30). La risposta del padrone va però in tutt’altra direzione. Senza cancellare la distinzione fra grano e zizzania, Gesù invita infatti a lasciare “che l’uno e l’altro crescano insieme”, “perché non accada che, cogliendo la zizzania, si sradichi anche il grano”. Saranno gli angeli, alla fine dei tempi, a fare con giustizia e con sapienza ciò che noi, ora, faremmo ingiustamente e in modo maldestro.

 

Cara signora Miriano, tutto questo non le dice nulla sulla vicenda di Torino? La parabola del grano e della zizzania, in fondo, ci mette in guardia dal rischio che la nostra preoccupazione di estirpare l’errore finisca per colpire anche la verità. Nel campo di Dio, che è la Chiesa, ciò che riteniamo essere zizzania, infatti, potrebbe essere grano, e viceversa. Non gridi subito al relativismo, se dico questo. Proprio perché è “universale”, il cattolico è chiamato ad abbracciare tutta la verità che si trova dispersa nella vita del mondo e delle persone, senza la paura che, così facendo, si finirà per confondere il vero con il falso, la grazia con il peccato. La preoccupazione di mantenere incontaminata e inequivoca la dottrina era tipica dei farisei, che in nome della purezza dottrinale erano pronti a maltrattare chiunque la minacciasse, incluso Gesù stesso, come dimostrano tutti gli episodi del Vangelo in cui Nostro Signore è criticato per essersi avvicinato troppo a pubblici peccatori come Matteo Levi e l’adultera. Ci pensi bene: il santo motivo di non tradire la morale e la fede rende ciechi di fronte alla presenza stessa di Dio. La paura della contaminazione, da cui molti cattolici allarmati da certe iniziative pastorali sembrano guidati, è incompatibile con l’accoglienza dell’umanità ferita che Dio è venuto a visitare nella storia.  

 

Purtroppo, sotto la pressione di quella che chiamerei una “sindrome del valore assediato”, lei rischia, mi permetta, di far teologia 2.0 a uso giornalistico, in cui lo scopo principale non è più il servizio alla verità, ma la mobilitazione social contro il (presunto) nemico comune. Il tono militante e sanguigno dei suoi interventi ne è un possibile sintomo, che dà alla sua battaglia più il tono di un suo sfogo personale che quello di un servizio reso alle persone per il cui “bene” lei dice di combatterla. Se fosse questo il caso, infatti, bisognerebbe cominciare a chiedersi se l’effetto di irritarle sia il modo migliore di avvicinarle alla verità, piuttosto che di indurle a ritenere che quella che lei chiama “verità” sia solo una sua fissazione “cattolica”. Non a caso, persone come lei, Adinolfi e Amato, sono sostenute da chi ha già le stesse idee e preoccupazioni, e non mi è ancora capitato di incontrare qualcuno che si sia convertito o abbia anche solo cambiato idea dopo aver letto o ascoltato le vostre filippiche contro le lobbies Lgbt.

 

Cara signora Miriano, l’effetto ottenuto dalla sua battaglia civile, come chiunque può notare, è solo un “muro contro muro”, in cui più si procede, a testa bassa, con le proprie “verità”, più si ottiene chiusura e risentimento. E più si ottiene chiusura e risentimento, più ci si convince che si è dalla parte giusta, perché “il mondo vi odia”, si legge nel Vangelo di Giovanni (15, 20). Ed ecco la più insidiosa e sottile delle tentazioni, spesso inconsapevoli, del cattolico impegnato in una battaglia civile o di pubblica evangelizzazione. L’odio di cui si parla nel Vangelo, cara signora Miriano, è quello che si incontra a causa della coerenza cristiana della propria vita, non quello che ci si va a cercare denunciando l’incoerenza delle vite altrui. Soprattutto quando una simile denuncia, magari fatta con le migliori intenzioni, ha lo sgradevole sapore di un moralismo che assolve o condanna a distanza di sicurezza dalle situazioni di vita su cui sentenzia. Insomma, una cosa è essere odiati, altra cosa è rendersi odiosi. Se Giovanni Battista poteva denunciare l’immoralità di Erode scuotendone la coscienza, poteva farlo perché Erode lo “considerava un profeta” (Mt 14, 4) e lo “ascoltava volentieri” (Mc 6, 20). Mi chiedo quanti, fra coloro che lei ritiene bisognosi di Cristo a causa dei loro peccati e delle loro convinzioni erronee, la ascoltino con piacere.

 

E qui sorge un sospetto. Non ho dubbi sulla sua buona fede, ma non ne ho nemmeno sul fatto che, quando si parla di questi temi, si tende a guardare più al coro di approvazione che ci si aspetta dai propri followers che al “bene” dei poveracci che si vorrebbero “illuminare”. Vuole una prova? Rivolgendosi a don Carrega, che pure ammette di non conoscere, lei ha scritto: «Lei è uno zitellone. Lei non è innamorato di Cristo. Il suo cuore non è pieno di Lui. È per questo che si cerca le amanti: la teologia, le sue idee, la fama, lo stare sui giornali, non so, non la conosco abbastanza. Il punto è che al centro del suo cuore non c’è Cristo».

 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica condanna frasi del genere come “giudizio temerario sul prossimo” e “calunnia” (n. 2477), tanto più gravi quanto maggiore è la loro dimensione pubblica. Un cattolico prudente, in effetti, non avrebbe mai formulato un giudizio così perentorio sul cuore e la coscienza di un’altra persona, aggravandolo con l’ingenua precisazione che nemmeno la conosce. È difficile non ricavarne l’impressione che lei scriva ormai soltanto per raccogliere le ovazioni dei suoi followers. E cioè di persone troppo impegnate a rispecchiarsi nelle sue mordaci invettive per accorgersi delle sue cadute di stile. Magra consolazione, io credo. Followers del genere, infatti, non sono realmente tali, visto che la penserebbero come lei anche se lei non ci fosse.

 

Si può sbagliare, per carità. A me succede spesso, forse più che a lei. Il problema, però, non è solo legato agli eccessi verbali o agli attacchi ad personam in foro interno. Nel suo caso temo vi sia anche un’insufficiente conoscenza della questione su cui pure lei ha più facile e perentorio il giudizio, ossia l’omosessualità e il senso dell’aiuto che la Chiesa può offrire alle persone omosessuali. Sempre rivolgendosi a don Carrega, lei scrive: «adesso si mette a fare anche dei corsi per invitare […] alla fedeltà di coppia omosessuale. Cioè lei invita ad essere fedeli al peccato. Un intento diabolico, direi». Lei interpreta la fedeltà fra due persone omosessuali come “fedeltà al peccato”. Perché? La fedeltà è alla persona del partner, non agli atti omosessuali in se stessi. Si può ben essere fedeli al proprio partner omosessuale anche in mancanza di atti sessuali. Se il partner è irreversibilmente malato e indisposto, per esempio, l’altro può rimanergli fedele rinunciando a rifarsi una vita con altri partner. Si tratterebbe di un caso di fedeltà che prescinde da atti sessuali, anche se non dalla relazione omosessuale.

 

Dire, come fa lei, che valorizzare la fedeltà omosessuale è un incoraggiamento al peccato, significa ridurre le persone omosessuali al loro peccato. Come se fra le persone omosessuali, a differenza di tutte le altre, non valesse la distinzione fra peccato e peccatore. Come se solo gli omosessuali, diversamente da tutti gli altri, si identificassero con il compimento dei loro atti sessuali. Come se l’omosessualità – e questo è probabilmente il suo principale pregiudizio – si riducesse al peccato di sodomia, senza essere anche relazione fra persone, che ha dunque anche una dimensione affettiva, psichica, fatta di condivisione di interessi, di valori, della stessa fede in Gesù.  

 

Il ritiro promosso da don Carrega, in effetti, avrebbe anche potuto promuovere una maggiore attenzione per questi aspetti non rozzamente riducibili alla sodomia, se solo voci simili alla sua non avessero contribuito a farlo sospendere. Pensa davvero che si sia così fatto il bene delle persone che avrebbero partecipato a quel ritiro? Il meglio è nemico del bene, ci dicono gli antichi. Lei ci ricorda spesso che la Chiesa deve innanzitutto insegnare la verità perché è madre e maestra. Che maestro sarebbe, tuttavia, quello che, pur di non sentirsi complice della pigrizia del suo alunno, anziché proporgli una meta più ridotta e alla sua portata, lo abbandonasse a se stesso dopo avergli sbattuto in faccia la “verità senza sconti”, e cioè che con la pigrizia non si scende a patti?

 

Signora Miriano, le concedo, ancora, la buona fede del suo impegno, ma le verità umane e cristiane di cui lei si fa portavoce sono troppo importanti e complesse per lasciarle alla sua teologia 2.0. Mi perdoni, ma non basta una prosa giornalisticamente accattivante per trasformare l’istintiva ripugnanza che molti hanno per l’omosessualità in una verità profonda e innegabile. In questo modo lei rischia di rendere un pessimo servizio a quella stessa Chiesa che è invece convinta di servire fedelmente. Una Chiesa che, su questi delicati temi, mostra una consapevolezza, un rispetto e una cautela, che nulla hanno a che vedere con il tono e la sostanza di certi suoi interventi. Vuole una prova anche qui? Eccola.

 

Nella prima edizione del Catechismo della Chiesa cattolica, pubblicata nel 1992, si parla delle tendenze omosessuali come tendenze “innate”, espressione poi modificata con la formula più ponderata, ma sostanzialmente non diversa, di “tendenze profondamente radicate”. E quando si dice che tali tendenze sono “disordinate”, lo stesso Catechismo, molto saggiamente, aggiunge l’avverbio “oggettivamente”, ossia a prescindere dalla responsabilità soggettiva della persona. Ciò significa che l’intensità, anche umana, con cui un omosessuale sperimenta la propria inclinazione affettiva e sessuale verso persone dello stesso sesso non è, soggettivamente, diversa dall’intensità con cui io sperimento la mia inclinazione verso le donne e lei la sua verso gli uomini. Dovremmo perciò essere consapevoli, da questo punto di vista, che chiedere all’omosessuale un’astinenza perpetua e definitiva ha lo stesso peso che avrebbe, per un eterosessuale, la richiesta di astenersi per sempre dal proprio spontaneo desiderio di avere una vita affettiva. Non entro nel merito della differenza oggettiva fra le due condizioni. E non sto nemmeno dicendo che non si possa mai proporre la castità a un omosessuale. Dai toni severi, sbrigativi e spesso vagamente sentimentali con cui ne parla e ne scrive, però, mi chiedo se lei abbia mai fatto lo sforzo di immedesimarsi con gli omosessuali ai quali chiede qualcosa che, se fosse chiesto a lei, probabilmente non sarebbe in grado di onorare negli stessi termini in cui pretende che loro facciano.

 

Giovanni Paolo II, come lei dovrebbe sapere, ha parlato della “legge della gradualità”, concetto poi ripreso da Amoris Laetitia di papa Francesco. Per chi si trova in una situazione oggettiva di peccato, la conversione – che non è comunque garantita né mai definitivamente raggiunta – può non avvenire dall’oggi al domani, ma in un processo graduale, fatto di piccoli passi, uno alla volta. In quest’ottica si giustifica anche l’idea del ritiro per omosessuali, in cui si valorizzano aspetti della relazione omosessuale che non sono riducibili a ciò che di negativo è presente nella relazione omosessuale, e che, adeguatamente coltivati, possono aprire prospettive di crescita umana e spirituale. Del resto, se proprio vogliamo mantenere un’analogia clinica che le sta molto a cuore, un ritiro per omosessuali non legittima necessariamente l’omosessualità più di quanto un ritiro per tossicodipendenti legittimi la tossicodipendenza. Va aggiunto, peraltro, che un ritiro, a cui qualunque cattolico dovrebbe poter partecipare a prescindere dalla situazione di peccato che sta vivendo, è una semina spirituale, non un campo di rieducazione morale.

 

Gesù, nella sua vita pubblica, non si è curato delle ambiguità che poteva suscitare a causa della sua accoglienza delle persone in stato di peccato. A maggior ragione non dovremmo farlo noi nell’organizzare un ritiro spirituale, anche quando qualcuno potrebbe intravedervi il rischio di un’indebita legittimazione del peccato di chicchessia. Del resto, se davvero la dottrina di cui lei si fa intrepida portavoce esprimesse una verità oggettiva e universale, allora nessun don Carrega potrebbe mai cancellarla dalla coscienza di ogni uomo. A differenza della verità espressa dalla dottrina, la testimonianza di amore e di accoglienza dei peccatori è interamente nelle nostre mani. Proprio per questo, però, più che conservata e trasmessa alla lettera, la dottrina va investita nel rapporto vivo con le persone, anche a costo di qualche possibile fraintendimento. Diversamente, possiamo anche mantenere luminosa la verità, con il paradossale risultato, in questo specifico caso, di allontanarla da quelle stesse persone che più avrebbero bisogno della sua luce. Non curandosi delle critiche rivoltegli dopo essere andato a cenare da Matteo Levi, Gesù ci ha dato la lezione pastorale più importante: quella stessa verità che a noi sembra annacquata dall’accoglienza di chi non la sta vivendo, si sta in realtà preparando la strada.

 

Signora Miriano, lasci perdere la caccia alla zizzania. Potrebbe ritrovarsi in mano quello stesso grano che avrebbe voluto salvare. A poco, a quel punto, potrebbe valere la scusante di aver fatto tutto in buona fede e nel nome di Cristo. Tutti noi, e io in primo luogo, dovremmo meditare, più di quanto non facciamo, su quella inquietante pagina del Vangelo in cui Gesù considera gente “malvagia” e degna di supplizio eterno tutti coloro che, stupendosi, gli rispondono: “ma come? Noi abbiamo predicato nelle pubbliche piazze nel tuo nome!” (Mt 7, 21-23). Magari abbiamo strillato, sui social, che le unioni omosessuali sono un abominio, convinti di essere dalla parte giusta perché lo facciamo per amore degli omosessuali e di Gesù. Dovremmo stare molto più umilmente in guardia, soprattutto quando, vivendo la nostra vita cattolicamente corretta, sentiamo il diritto e il dovere di strillare a squarciagola i peccati altrui. Convinti, ingenuamente, che questo possa aiutarli a incontrare Dio e a cambiare vita più di quanto possa fare il nostro silenzioso esempio, che non li giudica, e che però, proprio per questo, può indurli a cogliere un riflesso del modo stesso in cui Dio li guarda, in attesa che essi si aprano liberamente a Lui. Prima ancora di essere inchiodati da noi.

 

Paul Claudel diceva: “parla di Cristo solo a chi te lo chiede, ma vivi in modo che ti si chieda di Cristo”. A volte, purtroppo, e in perfetta buona fede, noi cattolici confondiamo il dovere di evangelizzare con un “rutto liberatore”: quella che chiamiamo “verità”, infatti, è solo un nostro sfogo personale, il nostro risentimento nei confronti di chi, pur vivendo nel peccato, dimostra di non essere poi così infelice come pensiamo che debbano essere tutti coloro che vivono nel peccato. Insomma, una sorta di “sindrome da fratello maggiore” della parabola del figliol prodigo. Se così non fosse, cara signora Miriano, lei non insisterebbe così ossessivamente sull’“infelicità” degli omosessuali. Come se gli eterosessuali fossero tutti una pasqua di felicità. Come se a contare fosse solo la felicità e non la bontà. Un omosessuale, e ne conosco di questo tipo, può spendersi al servizio degli altri e dare la vita per il proprio partner più di quanto non faccia un eterosessuale canonicamente sposato. Anche se fosse infelice, sarebbe buono. E questo è già tanto. Forse è addirittura tutto. Farlo notare non significa dipingere il mondo gay in tinte rose, ma solo invitare a guardare l’intera vita di una persona, che, nel bene e nel male, non si riduce mai alla sua inclinazione sessuale e al modo in cui la vive.

 

Cara signora Miriano, a volte la nostra preoccupazione di vedere trionfare la verità la rende irriconoscibile, se non odiosa. E tradisce soprattutto la nostra mancanza di fiducia nel suo potere. Che non si misura dal grado della nostra agitazione. Mi dirà che gli attivisti Lgbt sono i primi ad agitarsi e a sbraitare con il loro vittimismo e con la loro ossessione di riscatto arcobaleno. È vero. Perché allora cadere nel loro stesso errore? Il fanatismo lasciamolo a chi, non credendo ad alcuna verità, è costretto a imporre quella che è solo un’opinione di parte.

 

Signora Miriano, non se la prenda a male, ma nella Chiesa di Cristo non esiste il monopolio della correzione fraterna. Lo Spirito soffia dove vuole. E, come accade spesso con le cose di Dio, lo fa anche con un pizzico di ironia, come quando un devoto cattolico parte per correggere, e finisce per essere corretto. Non escluda allora che la vicenda di Torino sia stata anche un messaggio della Provvidenza. Non riduca tutto a strategie culturali Lgbt. Chi le scrive è un poveraccio, peccatore incallito, sposato e padre di quattro figli, ma che, essendo cattolico come lei, sente il dovere di esprimerle il disagio che prova di fronte alle sue nervose invettive contro i peccati altrui. Lo faccio per il suo bene, e la invito a non reagire alla mia correzione fraterna nello stesso modo che lei critica negli omosessuali che si arrabbiano quando è lei a correggerli per il loro bene. Credo infatti che faccia bene, molto bene, provare come ci si sente a essere fraternamente corretti per il proprio bene, soprattutto quando si ritiene, a ragione o a torto, di non averne affatto bisogno.

 

Luciano Sesta, sposato e padre di quattro bambini, è docente di Storia e Filosofia nei Licei Statali Insegna Antropologia filosofica e bioetica all’Università di Palermo, ed è stato membro dell’Ufficio della Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo. Ha pubblicato numerosi saggi nell’ambito della teologia morale, della bioetica e dell’etica