Blog / Scritti segnalati dal blog | 06 Febbraio 2018

Ritiro per credenti LGBT Sì o No? Prima di tutto leggiamo Zuppi, l’arcivescovo di Bologna

Qualche giorno fa, don Gianluca Carrega, il responsabile della pastorale degli omosessuali di Torino nominato da Nosiglia, annunciava che il 24 e 25 febbraio si sarebbe tenuto un ritiro spirituale per cristiani omosessuali che non si sentono accompagnati dai percorsi spirituali proposti da realtà quali Courage e Il Gruppo Lot. Ne è nata una polemica dai termini non del tutto chiari il cui esito finale è stata la sospensione del ritiro: lo dichiara lo stesso arcivescovo che al contempo ha manifestato tutto il suo apprezzamento per don Carrega. “Ora don Mauro – mi scrive una madre – capisce la tentazione di tanti che vorrebbero lasciare la Chiesa e di tanti che lo fanno?”. Queste le parole di genitori che soffrono per accettare i loro figli omosessuali e rimetterli al mondo una seconda volta. Genitori che faticano ad esserlo perché sono quotidianamente colpiti e giudicati dalla società, dalla famiglia o dalla Chiesa. Perché non nascondiamocelo, quasi sempre, oggi, un giovane omosessuale è credente perché lo sono i genitori. Che magari erano catechisti e si vedono i figli che hanno fatto outing, messi fuori dalla comunità ecclesiale. A tutti ho consiglio la lettura di questa splendida intervista all’attuale arcivescovo di Bologna, mons. Zuppi. A me è servito tanto leggerla per dire, solo dopo, se l’iniziativa della diocesi di Torino era buona o cattiva. Buona lettura!  Ecco di seguito l’intervista pubblicata da L’Espresso il 21 gennaio 2018 con, in corsivo, le affermazioni che mi hanno più colpito.

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Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, è una di quelle rarissime persone dotate di un carisma vero, nel gergo di New York lo chiamerebbero “Mentsch”, una parola che in yiddish significa “uomo”, e che viene usata per uomini e donne capaci di ascoltare allo stesso modo gli umili e i potenti e soprattutto di assumersi le responsabilità. Ecco, di Zuppi, quando lo si ascolta, quando lo si accompagna in una trattoria della città, colpisce questo: il modo diretto in cui parla, la capacità di trasmettere la sensazione di aver a che fare con un uomo convinto che il futuro si costruisce nel dialogo con gli altri e quindi mettendo in gioco, senza paura, la propria identità. Oggi, l’ex parroco di Trastevere (quando cambiò collocazione anche i non credenti si sentirono orfani), legato alla Comunità di Sant’Egidio, è uno degli interpreti più interessanti del verbo di Papa Francesco. Ed è per questo nonché (confessiamolo) per un’antica consuetudine, che siamo andati a sentirlo parlare del nichilismo e della fede, ma soprattutto della possibilità che la Chiesa di Francesco faccia da argine alla frammentazione del mondo e del sapere che sta distruggendo la stessa idea di un futuro dell’umanità. 
Cominciamo dall’inizio. Per Nietzsche il cristianesimo è la religione degli schiavi che pretende di parlare della vita, ma venera un Dio che è morto. Dostoevskij si chiede se senza Dio tutto sia permesso…
“La interrompo. Oggi il più importante prodotto del nichilismo è il consumismo. Il consumismo alletta l’io, non dà alcun limite all’io, fa perdere il senso di giustizia. Se penso solo al consumismo finisco per non interessarmi da dove viene la merce che consumo né mi interessano le contraddizioni che determinano il mio consumo. E neanche mi importa delle conseguenze che derivano dal mio modo di consumare. Il consumismo è fatto di ingiustizia e produce ingiustizia”.
Forse dietro a tutto questo c’è anche il liberismo. Tutto è in funzione del profitto, l’unico criterio valido sono i soldi e i parametri dell’economia; manca la trascendenza. È un frutto del nichilismo pure il liberismo?
“Direi di sì. E aggiungo: la risposta al nichilismo è l’umanesimo. L’umanesimo a sua volta è frutto delle radici più profonde della nostra storia e della storia del rapporto tra la spiritualità e la storia. Francesco, curiosamente, ce lo ripropone quando ci chiede: ma voi aiutate i migranti? E allora, dove è finito quell’umanesimo dell’Europa, tornato forte dopo le terribili esperienze della seconda guerra mondiale, e che ora potrebbe aiutarci a vedere il fenomeno migratorio nelle sue giuste dimensioni? E comunque questo fenomeno dobbiamo affrontarlo con umanità”.
Negli ultimi anni della sua vita, Zygmunt Bauman, pensatore laico di origine ebraica, alla critica per cui la sua analisi della società ormai senza punti di riferimento, non offriva alcuna speranza, rispondeva che invece una speranza la vedeva. Si riferiva a Francesco. Ora, un’altra dimensione nichilistica del liberismo è un fenomeno che sempre Bauman definiva come il distacco fra capitale e territorio. Una volta, diceva, il capitale aveva un rapporto che pareva indissolubile con il territorio. Per fare un esempio: la Fiat era a Torino, Torino era la Fiat. Il capitale non poteva esistere senza il luogo in cui operava. Oggi invece con un clic sulla tastiera del computer si possono accumulare più soldi di quanto una volta facevano tre generazioni di imprenditori. La fabbrica con le sue maestranze non serve; investire in una città non è necessario. Siamo ormai tutti stranieri, anche là dove siamo nati. Forse anche per questo, la gente, si rifugia in una specie di mistica identitaria, non vede che chi è nato e cresciuto in Italia è italiano, anche se i genitori sono immigrati.
“Sono d’accordo con la sua analisi. A volte andiamo avanti con i simulacri del territorio che non corrispondono più alla realtà. Immagino che quando lei parlava di territorio aveva in mente una realtà umana, al cui centro stavano e stanno le persone. Ma nell’economia, oggi, la realtà umana è virtuale. E tragicamente pericolosa”.
Tragicamente?
“L’economia sembrava l’unica “scienza esatta” rimasta. Ma alla luce della crisi si è rivelata non essere una scienza esatta. Non si è capito cosa è successo, perché il mondo è entrato in crisi, perché i mercati sono impazziti e perché la crisi dura tanto. Io resto convinto che per avere buona economia c’è bisogno del territorio inteso come persona e quindi c’è bisogno dell’etica.
Non è tardi? Una volta la Chiesa proponeva la sua dottrina sociale. Prendeva le distanze dia dal liberalismo sia dal socialismo. Si contrapponeva ad ambedue. L’impressione è che oggi la Chiesa non ha una risposta alle miserie del liberismo, forse non per colpa sua, forse non c’è un’alternativa. 
“Ma la Chiesa deve avere una risposta. E se non la trova, vuol dire che esiste un problema all’interno della Chiesa. La Chiesa non può tacere di fronte alla distruzione della persona. Siamo nella situazione di una nuova Babilonia. Peggio, perché è una Babilonia più invisibile della grande Babilonia, con cui si misurava la Chiesa dei primi secoli, ma che aveva un volto scoperto. La Babilonia di oggi è più complessa, difficile nella lettura. La Chiesa per troppo tempo si è occupata più che altro della morale e meno dell’etica; del rapporto tra l’io e il tuo, dell’idea di noi. E ne paghiamo il prezzo, soprattutto perché spesso la morale si riferiva a determinate parti del corpo, quelle dalla cintola in giù, per dirla tutta. Quindi la Chiesa deve ritrovare la sua credibilità etica; porre al centro la pienezza e la libertà della persona la sua relazione con il prossimo e non la costrizione. Abbiamo predicato una morale che sembrava costrittiva nell’io. E così il moralismo è sembrato andare contro la persona. Su tutto questo, papa Francesco ci aiuta molto. Francesco non ha paura della morale. È andato alla Fao e ha detto ai capi di governo: voi dovete cercare di vivere le beatitudini. Lo ha potuto fare perché Francesco è capace di ristabilire l’equilibrio fra la persona e il mondo: fra la sfera pubblica e quella privata. In questo equilibrio la sfera pubblica non annulla quella privata, né la sfera privata rende inutile quella pubblica. C’è invece la pienezza della persona, senza la quale non c’è futuro”.
Lei parla della pienezza. Ma viviamo e lo sappiamo non da oggi, in tempi in cui prevale la tecnica, dove il sacro è scomparso dal nostro orizzonte. Ma anche da laico non credente, non si può vivere senza il sacro, o meglio, la vita diventa priva di senso. Per lei, cosa c’è rimasto del sacro?
“Quando abbiamo fatto il pranzo con i poveri qui a San Petronio (a ottobre con il papa, ndr), alcuni hanno parlato di dissacrazione. Io capisco il problema che hanno posto. Ma penso che la vera dissacrazione è un’altra: è l’idolatria dell’io e quindi la mancanza della spiritualità. Il sacro e l’umano si nutrono l’uno dell’altro. Il sacro senza l’umano non lo possiamo capire, ma anche l’umano senza il sacro non trova se stesso. Quel pranzo è come la sacra rappresentazione: l’umano e il divino si uniscono e l’uno aiuta a capire l’altro”.
Ha detto prima: noi, la Chiesa, non dobbiamo aver paura della libertà. Ora, anche da non credente ed ebreo, cioè da non cristiano, leggendo l’episodio del Getsemani nei Vangeli, ho sempre avuto l’impressione che Gesù scelga di andare verso la morte per sua libera scelta. Gesù non bara, non fa una scommessa disonesta, non ha né può avere la certezza di risorgere. Ha paura di morire. Eppure non fugge dai suoi carcerieri e boia perché ha deciso così, non perché è sicuro della Resurrezione. Le domando: Gesù si comporta da uomo libero? È un esempio di libertà per un cristiano.
“Che Dio sia libertà è evidente e non può essere messo in dubbio. Anche perché se non c’è libertà non c’è amore. Mi chiede se viene prima l’uno o l’altro? Ma proprio perché sono libero posso amare. Dio ci vuole liberi. Talvolta abbiamo nostalgia di un Dio giustiziere, un Dio che si impone. Nostalgia sbagliata, perché abbiamo un Dio che ci ama e per questo ci lascia liberi. E per quanto riguarda il Getsemani: Gesù prova tristezza e angoscia. È la pagina forse più tragicamente e drammaticamente umana perché lui chiede che il calice vengano allontanato. Ma è la pagina che ci libera dalle nostre tentazioni di essere superuomini. La vera libertà è dire: io mi affido a te; sono io che mi affido a te. Gesù si affida a Dio senza certezza previa. Ed è un paradosso terribile della libertà. L’obbedienza non è imposta. Libertà è dire: io scelgo di seguire il Signore. È il contrario del nichilismo, questa libertà. Un esempio di questa assoluta chiarezza è Etty Hillesum”.
Giovane ebrea olandese, morta ad Auschwitz e i cui diari sono una lettura indispensabile per capire come si affronta il Male.
“Lei trova se stessa, quando trova Dio. Lei sa che non darà mai l’anima ai nazisti. Lei dice: io non mi arrenderò mai al Male. Lei dice ai nazisti: non mi avrete, non vi odierò mai. Sono più forte del Male. E difenderò quella scintilla che mi rende umana”.
In termini laici, dice: tu, “nihil”, il Nulla, non mi avrai, proprio perché tu sei il nulla.
“Per me, da credente, la sua è la prova suprema, perché lei nella pienezza di se stessa, Dio lo trova nell’anima. Per me è l’esempio più alto del rapporto tra l’umano e il sacro. La nostra anima umana ci porta al sacro”.
Sta dicendo che la Chiesa oggi contempla la tragicità della condizione umana o, per parafrasare Heidegger, il nostro essere rigettati nel mondo?
“Rispondo così. La Chiesa, nella situazione concreta dell’umanità, oggi ritrova se stessa. Talvolta la Chiesa è stata più matrigna che madre e ha avuto paura della vita. Per paura della contaminazione abbiamo perso la possibilità della promiscuità e della vicinanza. E questa paura ci ha resi poco comprensibili. Gesù dice che bisogna avere il cuore puro e non le mani. Infatti i santi non hanno mai avuto timore del Male. Oggi la Chiesa, ritrovando la sua vicinanza all’umanità così com’è, trova se stessa e aiuta gli altri, non abbiamo paura di ammaccature (per citare Papa Francesco)“.
Altra deduzione da non credente. Lei sta dicendo che l’identità è sempre plurale perché è sempre in rapporto con gli altri. Ma è un discorso che ha pure una valenza politica ai tempi di nazionalismi, etnicismi, xemofobia.
“La Chiesa non può perdere l’idea della famiglia umana, libera della tentazione del razzismo e dell’etnicismo. La Chiesa mi costringe a vedere nell’altro me stesso, ma mi dà anche la gioia di scoprire in un estraneo il mio prossimo, quindi un pezzo di quello che io sono. Non siamo noi a portare la presenza di Dio nella città. Il compito è svelarla; nella città e nell’Altro. Mi sembra un antidoto al nichilismo. E non mi stancherò mai di ripetere: il problema oggi è l’ipertrofia dell’Io. Dobbiamo invece aver presente il noi e il tu”.
Una volta la Chiesa parlava dell’inferno e del Paradiso. Parole che oggi si sentono raramente.
“Non è vero. Ma poi, la Chiesa ricostruisce oggi un dialogo e aiuta a capire che se non c’è futuro il presente diventa nulla. Avendo qualche volta abusato delle parole, rischiamo che non vengano più percepite. E allora, dobbiamo parlare dell’inferno e paradiso in un modo comprensibile per l’attuale generazione. L’inferno ce l’abbiamo sotto casa. Ma non lo vogliamo vedere.”
Ascoltandola viene in mente Sartre, viene la voglia di forzare l’interpretazione del suo capolavoro “La nausea” dove il protagonista a un certo punto capisce che non basta raccontarsi le storielle, occorre agire, non avere paura senza aver certezza. Ma allora qual è la differenza tra lei, uomo della Chiesa, e un non credente esistenzialista?
“Saremo tutti giudicati sulla giustizia. Da questo punto di vista non c’è differenza tra chi crede e chi non crede e chi non è credente. Non ci sono sinecure. Ma una differenza c’è. Io penso che chi è cristiano ha più responsabilità perché dovrebbe agire non solo per giustizia, ma anche per amore e fede.

Tratto da L’Espresso, Wlodek Goldkom

 

 

Aggiungo, a proposito di “Insidia del Purismo”, altre affermazioni di Zuppi riportate da Settimana News

Ma, accanto al consumismo e al liberismo quali frutti del nichilismo, Zuppi aggiunge anche un terzo elemento, un atteggiamento indicato come pericolosissimo: il purismo.
Per Zuppi la pericolosità del purismo è data dal fatto che esso «costringe alla menzogna». Si tratta di un passaggio significativo, perché rimanda alla tradizione biblica secondo cui la menzogna lambisce sempre i confini dell’omicidio. La menzogna produce morte, strappa via, divide e separa. Si nutre dell’invidia. Il nichilismo è quindi, nella sua essenza, una gigantesca svista culturale, una menzogna, in quanto mostra come centrale ciò che non lo è: un “io” assoluto, autoreferenziale e anaffettivo, incapace di storia, povero di mondo e avaro di relazioni.
La tentazione del purismo infetta anche alcune espressioni del popolo credente. Alcune reazioni scomposte al pranzo offerto nella basilica di San Petronio alla visita del papa a Bologna ne sono un esempio. Non serve scomodare Freud per cogliere il malessere che quel tipo di reazione nasconde e per comprendere quale tipo di fede vi sia sottesa: un pregiudizio verso il mondo e una fede ripiegata su se stessa che millanta una purezza che il vangelo neanche lontanamente coltiva.
Le critiche degli indignati rivolte agli organizzatori di quell’evento, e quindi a Zuppi in primo luogo, puntavano sulla dissacrazione. «Ma penso che la vera dissacrazione – continua Zuppi – è un’altra: è l’idolatria dell’io e quindi la mancanza della spiritualità. Il sacro e l’umano si nutrono l’uno dell’altro. Il sacro senza l’umano non lo possiamo capire, ma anche l’umano senza il sacro non trova se stesso. Quel pranzo è come la sacra rappresentazione: l’umano e il divino si uniscono e l’uno aiuta a capire l’altro».
Il sodalizio tra sacro e umano è vitale: stempera il primo dalle sue perenni tentazioni gnostiche; dispone il secondo ai doni dello Spirito. Ogni minima confusione in questo ambito produce morte, è fuori dai tracciati evangelici, e di questo il pastore Zuppi ha chiarissima coscienza.