Blog / Rassegna stampa | 23 Gennaio 2018

Sabino Paciolla – “Attenti a quei due”, ovvero, il soggettivismo all’attacco dell’insegnamento della Chiesa

Sono onorato che il sig. Sabino Paciolla mi affianchi a Padre Martin ma credo che il gesuita faccia un lavoro molto più profondo ed importante del mio. In particolare, mentre Padre Martin ha un impegno preciso nei confronti delle persone omosessuali, io ho semplicemente un blog dove ci sforziamo di trattare con rispetto ogni argomento: basta scorrere i titoli per apprezzare la varietà degli argomenti trattati. Il fatto che i Catholically Correcy abbiano questa esasperata sensibilità per l’omosessualità fa riflettere ma, diciamolo, lascia anche il tempo che trova. Circa poi le questioni che mi pone, chiedo: che senso ha ripetere la dottrina dei punti 2357, 2358 e 2359 del CCC a cristiani che dichiarano fin da subito di non accettare tali contenuti? Chiedo poi a Paciolla di rileggersi il Regolamento del blog per capire da solo qual è il criterio che scelgo nel chiarire o meno, rispondere o meno. Lascio ora la parola ad Alessandra Bialetti così che possa rispondere alle critiche che le vengono mosse. Copio incollo anche il commento lasciato su Fb da Maddalena Fabbri e Maria Cristina Taddeucci Calci, che conosco entrambe e ringrazio. Buon pomeriggio

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“Attenti a quei due”, era il titolo della fortunata serie TV degli anni ‘70, impersonata dai due simpaticissimi Tony Curtis e Roger Moore. Ero adolescente e non mi perdevo nessuna puntata. La serie giocava sulla forte diversità dei due personaggi, rivali e amici impegnati in scanzonate avventure ambientate attraverso l’Europa, tra belle donne, automobili di lusso e fine humour inglese.

Adesso invece, vanno “in onda” altre “serie”, non televisive per fortuna, ma altrettanto efficaci, fatte di interventi, video e quant’altro di una nuova coppia, quella formata da due sacerdoti, il nostrano don Mauro Leonardi e l’americano padre gesuita James Martin. Una coppia i cui protagonisti non sono legati da alcun “copione televisivo”, sono distanti migliaia di chilometri l’uno dall’altro, forse non si conoscono nemmeno, ma sono molto vicini nei contenuti da loro “trasmessi”. Inutile dire che è una “serie” che non è di mio gradimento, ed i due personaggi sono, per giunta, appiattiti l’uno sull’altro.

Di parole ambigue abbiamo le tasche piene. Non siamo nati ieri, anche se non abbiamo fatto per tre anni il militare a Cuneo, come avrebbe detto il buon Totò.

Il sacerdote don Mauro Leonardi lo conosciamo già. I suoi articoli e le lettere accolte sul suo blog, le sue interviste su giornali patinati che, mi dicono, si trovano anche nei parrucchieri, i suoi pensieri espressi nei suoi video, quando contengono espressioni poco chiare nel significato e farcite di compassione compassionevole, appaiono uno strumento ideale, una sorta di cavallo di Troia, per veicolare qualcosa che ci sembra faccia a cazzotti con quanto la Chiesa ha da sempre insegnato.

Nel suo blog, don Mauro Leonardi accoglie lettere come quella della pedagogista Alessandra Bialetti (link sotto), nella quale, tra l’altro, la stessa scrive (maiuscolo mio):

“Si intende invece propugnare una pedagogia dell’accoglienza in cui la persona omosessuale POSSA VIVERE PIENAMENTE se stessa in tutte le sue manifestazioni compreso, naturalmente L’ORIENTAMENTO OMOSESSUALE, elemento della personalità ma non tratto caratterizzante.”

“Parlare invece di pedagogia dell’accoglienza porta a puntare il focus sul riconoscimento del valore e dignità della persona così come essa è con le sue pulsioni affettive e CON UN PROGETTO DI VITA CHE PREVEDA ANCHE UNA RELAZIONE STABILE, E IN ALCUNI CASI , IL DESIDERIO DI GENITORIALITÀ. (…) Accogliere, quindi, non è accettare passivamente, ma rendersi protagonisti di NUOVE RELAZIONI FAMILIARI”. (…) Pazienza nell’accogliere se stessi come si è, valorizzando la diversità come ricchezza.”

“Pedagogia dell’accoglienza è educazione alla resilienza ovvero quella capacità fondamentale, per l’essere umano, di resistere agli urti interni ed esterni rimanendo fedele a se stesso e alla propria essenza: spetta alla famiglia attivare la capacità resiliente della persona omosessuale in modo che POSSA POI PROMUOVERE PIENAMENTE SE STESSA.”

Ed infine, “L’integrazione tra fede, intesa come rapporto di dialogo e fiducia verso il trascendente, e omosessualità è condizione necessaria per elaborare un progetto di vita che integri totalmente la persona per ciò che è APRENDO L’ORIZZONTE SU RELAZIONI STABILI di cura, accudimento, protezione all’interno di COPPIE O FAMIGLIE OMOSESSUALI.”

Torniamo ora a don Mauro Leonardi, il quale, come riportato oggi su la NBQ da Zambrano (purtroppo non è riferita la fonte, ma non ho motivo di dubitare), avrebbe detto: “Io non vi dico adeguatevi al Catechismo. Dico: la Chiesa non ha ancora una risposta”. E addirittura: “Se invece, come accade per la grandissima parte delle persone omosessuali, il convincimento è che la condizione omosessuale sia naturale e voluta da Dio, può forse essere che l’unica risposta della Chiesa sia: finché non ti adegui al Catechismo (oltretutto il Catechismo non è il Vangelo) non puoi ricevere i sacramenti? È forse possibile confessare peccati che in coscienza non si ritengono tali?”.

Capite? Don Mauro Leonardi, da sacerdote, ci sta dicendo che non si dovrebbero confessare i peccati per quello che oggettivamente sono, ma solo per quello che soggettivamente appaiono alla coscienza. Adottando la stessa logica, sarebbe come dire che un ginecologo abortista potrebbe non confessare gli atti riprovevoli degli aborti, cioè quelli riguardanti il peccato contro il quinto comandamento, “non uccidere”, semplicemente perché “in coscienza non si ritengono tali”. Non vi sembra una cosa dell’altro mondo?

Ed ora veniamo alla star dei gesuiti in campo LGBT, padre James Martin, il quale, come saprete, è ben sostenuto da qualche cardinale e qualche vescovo. Quando si tratta di parlare in materia LGBT, risulta un esperto nell’utilizzare un linguaggio mellifluo, “misericordioso” e accattivante. A titolo esemplificativo, di lui possiamo riportare una delle sue “perle”, eccola: “Il catechismo dice che l’orientamento sessuale è in sé stesso ‘oggettivamente disordinato’. Ma, come io dico nel libro [l’ultimo suo libro pubblicato qualche mese fa, ndr], dire che una delle parti più profonde di una persona – la parte che dà e riceve amore – è disordinata è inutilmente dannoso. Alcune settimane fa, ho incontrato un teologo italiano il quale ha suggerito che la frase ‘diversamente orientato’ potrebbe comunicare questa idea più pastoralmente”.

Chissà chi mai potrebbe essere questo brillante “teologo italiano”.

E allora, se colleghiamo quanto abbiamo appena letto da questi due sacerdoti, l’obiettivo appare chiaro, chiarissimo. Lo strumento per arrivare a quell’obiettivo pure: Il soggettivismo. Sembrerebbe, dal loro dire, che quel vecchio arnese della Chiesa, il Catechismo della Chiesa Cattolica, non sia più aggiornato ai tempi presenti ed alla psico-pedagogia attuale, per cui sarebbe opportuna una sua revisioncina, una sorta di pit stop, per adeguarlo alla nuova vulgata, colorandolo magari con qualche spruzzatina di nuovi colori “multicolori”, quelli delle bandierine oggi in voga in alcune comunità LGBT.

Concludendo con una battuta, potremmo dire: amici, “attenti a quei due”!

Tratto dal profilo facebook di Sabino Paciolla