Blog / Gavina Masala | 29 novembre 2017

Le Lettere di Gavina Masala – Michela: la giovane morta suicida di Porto Torres e l’orrore del web

Michela aveva 22 anni e si è suicidata il 4 novembre scorso, probabilmente ricattata da tre “amici”, di cui una sarebbe donna, per un video girato a sua insaputa mentre aveva un rapporto sessuale. Sul cadavere è stato trovato un biglietto con la scritta “scusa”: non lo leggerà mai.

Michela era di Porto Torres, una cittadina a me carissima, dove si trova la basilica intitolata al Santo di cui porto il nome, San Gavino.

Porto Torres è stata un fiorente porto all’epoca dei Romani, comunicava per commercio con Ostia e negli anni sessanta del ‘900 è stata sede di un boom industriale consistente, ma purtroppo con la crisi economica nel 2010 gli stabilimenti sono stati chiusi e restano solo inquinamento e cassa integrazione.

Quando ci vai sei pervaso da sensazioni contrastanti: la cittadina è deliziosa, ma la mia sensibilità viene sempre colpita da un che di tristezza, come se le persone che vi abitano fossero baciate da un paesaggio meraviglioso e quieto ma limitate da esso, così come i destini di questa località che ha infinite potenzialità venisse ostacolato da qualcosa e non riuscisse a decollare.

In questo scenario colloco bene Michela, i suoi ultimi giorni che saranno stati di paura e angoscia, quegli “amici” che, magari per riempire il tempo o per farle pagare qualche torto subito, l’hanno ricattata. Poi il gioco è sfuggito di mano e la giovane è rimasta vittima di giudizio e ingiustizia.

Giudizio, perché conosco bene il tessuto sociale di quei posti: le persone hanno il cuore grande, sono vere e oneste, ma quando parlano “tagliano” e Michela avrà avuto terrore dei commenti dei suoi compaesani, appena ventiduemila persone o poco più, che erano venuti a conoscenza della sua vita intima suo malgrado. Ingiustizia, perché sebbene si parli di democraticità del web a me, scusate, ma sembra un’enorme ingiustizia che tutti possiamo dire, scrivere e postare tutto. Poi scavando più a fondo, mi dico che il problema non è il web, o non solo, Il fatto è che siamo pronti a giudicare chiunque, senza sapere da dove venga, che cosa abbia fatto, perché lo abbia fatto. Così deve avere pensato Michela, si sarà detta che i suoi genitori l’avrebbero disprezzata, il paese derisa, gli amici schivata. E si è tolta la vita. Perché? Perché filmata mentre aveva un rapporto sessuale, quanto di più intimo diventava pubblico, scena oscena, anziché atto d’amore. Però non ce la faccio a non ricadere su quanta responsabilità abbia la mentalità dell’immagine, quella in cui tutti dobbiamo vedere, fotografare, filmare tutto, in cui violiamo tutto con uno sguardo impudente, graffiante, indiscreto. Telefonini, IPAD, computer e chi più ne ha più ne metta: immagini che colmano la carenza di affetti veri, di studi “sudati”, di chiacchiere fatte con un’amica in un caffè. No, ora parlo su Whattsapp e invio una foto per mostrare quanto siano belli i miei bimbi. Ma che società stiamo creando? Di voyeristi che non si muovono più per andare verso il prossimo, di relazioni costruite su immagini fatue che vogliamo gli altri abbiano di noi e, quando il castello crolla, quando ci vedono in tutto il nostro essere crolliamo noi, inesorabilmente. E’ un gioco grande, perverso, di cui troppi e, passatemi troppe, stanno pagando il fio. Un ultimo abbraccio Michela, che la tua storia ci faccia fare un passo indietro: nessuno può fotografare l’amore e tu sei stata violata mentre compivi un atto di amore, che certamente da quel filmato che ti ha fatto paura non traspariva per nulla.

Giovane mamma e moglie, scrivo per capire. Ho una formazione internazionale, da settembre 2015 ho intrapreso un secondo corso di studi in filosofia, presso un ateneo pontificio. Parlo tre lingue, mi interesso soprattutto di relazioni internazionali e di religioni: cerco di vedere come la prospettiva cristiano – cattolica possa aiutare a convivere pacificamente. Ha un suo blog personale