
Lettera di Paola Baratta – Presentazione di Abelis a Napoli
Paola Baratta era a Napoli per Abelis e desidera far conoscere al blog le sue impressioni tramite questa Lettera
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In una Napoli insolitamente fredda e bagnata dalla pioggia, ma sempre splendida e affascinante, soprattutto tenendo conto che la cornice del nostro incontro era lo splendido quartiere del Vomero, si è svolta una nuova presentazione di Abelis.
Ho avuto la fortuna di assistere ad altre presentazioni di “Abelis”, ma non mi sono affatto annoiata. Alla rigidità del clima esterno, ha fatto da contrappunto il calore tutto partenopeo del clima interno: a far da padrona di casa la nostra amica Loretta che ha ben organizzato, insieme al marito, questa bella serata. Dicevo che non mi son annoiata ed il motivo è semplice: a parte l’allegria e l’accoglienza dei relatori, come sempre la presentazione di Abelis non ha mai niente di formale ed ingessato e questa volta in particolare è stato così.
Il Magistrato, prof. Zazzera ha dato una chiave di lettura al romanzo molto originale ed accattivante di cui cercherò di dare rapidamente un’idea soffermandomi su ciò che mi ha colpito.
Mi è parso innanzi tutto originale l’accento sul fatto che “Abelis” è un romanzo che abbatte i luoghi comuni: ed è vero e non ci avevo mai pensato. Al di là del fatto che l’eroe non è una cavaliere muscoloso, eroico, coraggiosissimo, ma un bambino che non ha voglia di combattere e che ha come unico potere quello di ritrovare oggetti perduti, tante, in effetti, sono le sorprese che il libro riserva al lettore: è un fantasy, ma non pieno di avventure, ma scritto quasi come un’allegoria. E’ una prosa, ma per molti tratti si avvicina alla poesia. Presenta un’agnizione: ma come giustamente ha ricordato il relatore essa avviene di modo che è il personaggio più piccolo, più umile, più fragile a riconoscere quello che, oggettivamente, dovrebbe avere maggiore esperienza e conoscenza della vita. Siamo a Natale e ho pensato che Gesù è così: la salvezza che viene da Betlemme: la città più piccola della giudea. Da dove non ti aspetti. E i protagonisti della serata non sono gli eletti, i sacerdoti: ma uomini venuti da lontano o umili pastori o addirittura bestioline che non possono che fare caldo al bambino adagiato nella mangiatoia. Ho pensato anche che nella nostra vita tante volte è così: che sono le cose minime, i gesti minimi e che non ci saremmo mai attesi, le persone silenziose e che amano la penombra quelle che ci hanno dato di più. Quelle che ci hanno amato di più.
In seguito il relatore ha parlato dei draghi. Nella mentalità comune il drago è il male, mentre qui nel libro è un animale come un altro che vuole solo sopravvivere. Ma tornando all’iconografia classica, quella del drago come rappresentazione del male, è stato interessantissimo l’accenno ad una leggenda relativa ai santi che combattono il drago: San Giorgio e Santa Margherita: un uomo e una donna ” aiutati” – questo lo aggiungo io – dall’arcangelo Michele. Ho pensato a Lutet e a Blennenort e a Ferriere che li aiuta. Ho pensato alla Genesi e a quel “maschio e femmina li creò” : a quella complementarietà che ci chiama al dialogo, alla reciprocità, al custodirci a vicenda, all’essere figli e fratelli. In questa direzione, mi ha portato anche l’intervento della padrona di casa, Loretta che ha giustamente ricordato come questo libro ci guidi nella direzione di cercare sempre di incontrare e capire il diverso, anche quando è o ci pare ostile: che l’unico modo di reagire all’ingiustizia, alla sofferenza, al dolore è cercare di costruire ponti e non muri come dall’inizio del Pontificato sta cercando di fare Francesco.
Infine, mi è parsa bellissima la riflessione relativa al fatto che Abelis è un romanzo che ci aiuta a riflettere su come il concetto di normalità sia quantitativo e non qualitativo: al di là dei riferimenti letterari celebri come quelli di Erasmo o di Pirandello, mi pare che questa notazione abbia una particolare pregnanza nella nostra quotidianità. Nel senso che a volte inseguendo una chimerica “normalità” che ci sembra promettere tranquillità, sicurezza, riposo, finiamo per chiuderci anche noi in un oscuro castello; finiamo anche noi per essere solo corazze, senza pelle.
E’ bene invece riassumere e riappropriarci della nostra pelle, del nostro cuore di carne: certamente la nostra vita sarà meno normale, molto più incasinata e spesso, forse, sofferente: ma non sapremo soli e avremo amato. e allora forse capiremo nel profondo e pienamente che perdersi significa davvero trovarsi.

