
Le Lettere di Emanuele – Il Dio della storia
In una precedente Lettera, Emanuele si era presentato così: “Caro don Mauro, se vuoi, puoi pubblicare sul tuo blog la seguente riflessione che mi è venuta dopo avere letto il Vangelo di oggi. Come nickname, usa semplicemente Emanuele”.
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At 17, 15. 26-28
“Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”
Non so perché queste riflessioni mi vengono tardi la sera, mentre lavo i piatti. Ma queste parole di Paolo mi tornano in mente da quando le ho lette, circa una settimana fa. Forse perché a volte sento crollare le certezze che pensavo di avere. E allora mi consola sapere che l’Apostolo dica che tutti andiamo “tastando qua e là come ciechi” per arrivare a trovare Dio, “benché non sia lontano da ciascuno di noi”. Come a dire, Dio è dove sei tu. È già in te. Ed è nel tuo prossimo e nelle circostanze della storia. Nei “confini del loro spazio”. Eppure occorre tastare per trovarlo.
Alcune settimane fa ho letto un articolo sul sito del corriere della sera dove il giornalista Massimo Franco parlava dei numeri della Curia che sono pro o contro Francesco. Solo il 20% dei vescovi sarebbe dalla parte del Papa. Percentuale forse rovesciata se considerassimo l’intero popolo di Dio. In ogni caso, in questi due anni di Pontificato ne abbiamo sentite e lette di tutti i colori da parte di laici, preti e chi più ne ha più ne metta. Capisco il disagio recato da questo Papa a certi cattolici, ecclesiastici o laici che siano. Anch’io ho provato un certo disagio nel constatare che la Chiesa di Cristo è in realtà cosa molto diversa da quella che pensavo. Una certa ignoranza o dimenticanza della storia (non sempre lineare e rosea) della Chiesa forse è complice di questo. Pensavo che la Chiesa fosse un blocco monolitico. E invece è viva. Pensavo che la diversità di opinioni fosse elemento di disturbo. E invece la riscopro valorizzata come elemento di ricchezza. Pensavo che i Papi agissero in continuità. Forse non avevo capito che la continuità non significa uniformità. E che le differenze esprimono la pienezza di un Dio trino, che ha bisogno di essere tre persone per esprimere tutta la sua ricchezza straordinaria. E se di questo non mi ero accorto prima, non è colpa dei pontefici precedenti. E’ che il Dio della storia rende certe cose più visibili nel dispiegarsi della storia stessa. Inutile negarlo, ci sono state differenze nella storia e continuano esserci. Ci sono differenze tra Benedetto XVI e Papa Francesco. E per quanto possa essere doloroso ammetterlo, specie per chi si è fatto un’idea di Dio e della Chiesa un po’ astratta, queste differenze a volte non sono proprio minime, o legate solo allo stile o personalità. Sembrano essere pastorali, e forse, con sfumature di pensiero anche di tipo dottrinale. Questo scandalizza e del tutto comprensibilmente. Ha turbato anche me l’idea che ciò che è vero ieri, possa essere messo in discussione domani (in realtà Giovanni XXIII dice che non è il vangelo che cambia, ma noi che lo comprendiamo meglio, dato che la Verità si relaziona sempre a un volto). Che non sempre è tutto chiaro. Che possano esistere sfumature, chiaroscuri e persino opinioni divergenti tra pontefici. Apriti cielo. Le certezze crollano. Sì certo, restano i fondamentali della fede. Nessuno tocca la Resurrezione o simili. Ma forse è proprio questo il problema. Abbiamo perso di vista i fondamentali della fede e ci siamo attaccati alle norme, pur importanti, di comportamento, dando però per scontato che tutti crediamo alla Resurrezione o alla croce che porta alla vita. Ma questa inquietudine mostra che non è così. Mi è capitato di parlare di queste cose con persone dalla fede profonda, e non erano minimamente turbate dalle divisioni dei vescovi sulla comunione ai divorziati o l’accoglienza agli omosessuali. La fiducia nello Spirito è talmente radicata nell’esperienza personale della loro vita che i confronti/scontri ecclesiali sono sì elemento degno di nota, ma non sono fondamentali. Sono convinte che lo Spirito che lavora nella loro vita personale, lavora anche nella Chiesa. Ovvio. Perché facciamo parte dello stesso Corpo. A volte a sproposito diviso tra gerarchia e popolo. Chiaramente, ogni successore di Pietro porta il suo carisma, la sua sensibilità e offre qualcosa di unico alla Chiesa, così come ognuno di noi. Con un Papa così diverso da quello precedente Dio sembra volerci dire: non abbiate paura della diversità. Essa è specchio della mia grandezza. Ogni visione è per forza di cose parziale.
Una triplice immagine circolava in giro dopo l’elezione di papa Francesco. Si vedevano Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, e Papa Francesco raccolti in preghiera, nella stessa posizione. E sotto le parole: Speranza (GPII), Fede (BXVI), Carità (Francesco). La dice lunga, e dà i brividi. Solo l’unità nella diversità rappresenta Dio. Paradosso. Non a caso, è dono dello Spirito Santo che fluttua dal Padre al Figlio, e crea dialoghi e scambi. Ogni pontefice, così come ogni cristiano, dice Paolo, va tastando. Siamo uomini. La vera libertà, dice Gandhi, significa avere la possibilità di commettere degli errori. Altrimenti non è vera libertà. Questo vale per me. Ma vale anche per la Chiesa gerarchica. Possono Francesco, Benedetto, Giovanni Paolo II commettere o avere commesso degli errori, anche in buona fede? La risposta ovvia è sì. Possiamo stare lì a discutere della portata e della natura dell’errore. Errore di valutazione. Errore pastorale. Limitatezza. Dicono che GPII abbia viaggiato molto, ma abbia trascurato la Curia. Sia stato eccessivamente accentratore, abbia privilegiato troppo i movimenti, o abbia poco tollerato chi contraddicesse un certo filone di pensiero dottrinale/teologico, o abbia commesso errori di valutazione nel caso dei preti pedofili. Di Benedetto dicono che abbia usato a volte parole troppo forti o inopportune e sia stato troppo ingenuo nel fidarsi di alcuni collaboratori o che abbia trascurato certi aspetti pastorali per i più svariati motivi. Papa Francesco sembra avere mancato di tatto in altre affermazioni ancora, rimproverare troppo i preti e scavalcare le gerarchie per instaurare un rapporto col popolo, mentre fa di tutto per farsi fraintendere Eccetera, eccetera. Al di là delle valutazioni giornalistiche, personali o meno, che si possono fare, la vera novità, che novità non è, è che non c’è niente di scandaloso in tutto questo. Lo Spirito non garantisce l’infallibilità a tutto quello che fa il Papa, ma solamente quando proclama un dogma o la impegna formalmente. Per ogni cosa che egli dice e insegna, a noi viene chiaramente chiesto rispetto e obbedienza. La stessa che dobbiamo al nostro papà. Non da cristiani telecomandati, ma da cristiani che cercano di comprendere la validità di questi insegnamenti. Anche se a volte non ci capiamo niente. Anche se magari questo o quel Papa non ci sta tanto simpatico. Non ci scegliamo i genitori, o le nostre guide. Li accettiamo e ci mettiamo in ascolto, conservando nel nostro cuore le cose che nel frattempo lo Spirito ci vorrà suggerire. A volte lo Spirito ci può suggerire cose che a prima vista sembrano poco ortodosse. Come è capitato ad Origene di Alessandria, che fu osteggiato e allontanato dalla Chiesa per alcune sue posizioni. La Chiesa ai tempi di Origene non aveva ancora sviluppato certi punti che lui si domandava. Non trovando risposta in essa Origene si rifugiava negli insegnamenti di Platone. Ma lo sbaglio suo non fu tanto quello, ma il fatto di avere voluto imporre la sua scoperta di verità agli altri. Peccò insomma di mancanza di umiltà più che di eresia, altrimenti Benedetto XVI non ci avrebbe dedicato una catechesi intera. E questo consola molto perché a volte ci può sembrare di scoprire frammenti di verità che non sembrano essere confermati nella Chiesa o in altri cristiani come vorremmo. Se è così però non è perché quelle verità non siano tali, ma perché ognuno scopre le cose a poco a poco (ce lo garantisce Gesù “molte cose ho ancora da dirvi”), e la Chiesa nel suo complesso giustamente è lenta e prudente, e noi in un certo senso dobbiamo custodire queste verità nel nostro cuore, parlandone con parsimonia e a tempo debito, fiduciosi nell’operato dello Spirito che a suo tempo opererà. Ed ancora una volta quindi viene in soccorso il brano di San Paolo. Lo Spirito, così come fa nella vita di ciascuno di noi, agisce nonostante i nostri errori. Il piano di Dio si realizza non perché siamo bravi, ma perché, nonostante i nostri errori in buona fede, o i nostri peccati, riesce ad agire fintantoché teniamo uno spiraglio aperto nel nostro cuore. Così agisce con me. Così agisce con un papa, santo o lussurioso e carrierista che sia stato. Lo Spirito ha garantito che non tutto andasse perduto. Ha usato l’umanità di quella persona per compiere cose grandi o per evitare il peggio. O forse entrambe le cose. La fede è stata conservata e trasmessa nella sua freschezza per duemila anni, nonostante errori, talvolta madornali. Lo Spirito in questi casi, piccoli o grandi che siano, limita i danni. E non è robetta da poco. A volte il suo operato è straordinario ed evidente. Dai frutti di conversione, riusciamo a giudicare quando lo spirito lavora. Dai frutti di una vita, che sia quella di un Papa o di un altra persona. Questo vuol dire che quella persona non ha commesso errori ? No. Vuol dire che quella persona si è fatta santa grazie al fatto che ha mantenuto il cuore aperto a Dio. Grazie alla sua umanità. Nonostante la sua umanità. Le vittime degli abusi di pedofilia. Alcune hanno perso la fede e lasciato la Chiesa. Altre hanno solo lasciato la Chiesa, ma mantenuto la fede in Dio. Altre sono rimaste nella Chiesa, con fede, e forse la loro fede si è ravvivata. Hanno perso un’idea edulcorata di Chiesa. Hanno capito la sua profonda fragilità (pagandone ahimè anche le conseguenze), e da questo sono arrivate a una fede nuova, forse più autentica, in un Dio che si serve della fragilità umana per agire nel mondo. Un Dio che si fa carne (con tutto quello che questo comporta, in positivo e negativo), ma che da quella carne non può prescindere. Fintantoché noi andiamo tastando qua e là come i ciechi e conserviamo il desiderio di incontrare Dio, non importa quanti errori facciamo nel percorso. Quante persone avremo potuto ferire con le nostre parole, o i nostri atti, in buona o cattiva fede che siano stati. Non tutto è perduto. Dio troverà il modo per salvare noi e loro. Perché è così che Lui agisce. Nella limitatezza della nostra umanità. Nell’incertezza del nostro divagare. Usa la nostra cecità per compiere grandi cose. Gli errori sono una parte del percorso nostro, della Chiesa, del mondo. E’ scandalosamente normale. La vita. Anzi la Vita trionfa sempre. Il muro di Berlino crolla. La Germania collassata diventa una delle più importanti economie al mondo. Cuba e l’America si riconciliano. L’imprevisto positivo nasce dalla morte. In questo mistero, allora si intuisce qualcosa. Non è chiaro, ma si intuisce. Si intuisce che la fede viene prima di tutto. E che non bisogna avere paura delle differenze pastorali e o dottrinali tra papi, vescovi, preti o cristiani. Esse fanno parte del nostro percorso di ciechi. Noi ciechi che, tastando qua e là con il nostro bastone, a volte ci facciamo male. A volte ci azzecchiamo. A volte crediamo di averlo trovato, ma non era proprio al 100% lì. E proviamo. E riproviamo, ritrovandolo in circostanze sempre nuove. Eh sì, perché “in Lui ci muoviamo ed esistiamo” dice Paolo. La storia dell’uomo è storia di Dio. Di lui siamo stirpe. Fidandoci di Lui, non c’è più ansia o timore di errore. Ogni nostro errore personale o di Chiesa non sarà mai un ostacolo insormontabile al trionfo della Via, della Verità, e della Vita. Eterna.
