Paola e la figlia sulle dolomiti
Blog / Lettere | 21 Dicembre 2012

Lettere – Incomunicabilità

La comunicazione è comunione: rammento ancora questa frase di Don  Mauro come una delle tante chiavi di lettura di “Abelis”, ma anche come chiave interpretativa di tanti dis-agi della società contemporanea che si trova schizofrenicamente divisa tra una moltiplicazione pletorica di mezzi di comunicazione per lo più virtuali, ed una sempre maggiore scarsezza e povertà dei rapporti  (veri) “a tu per tu”. Ne discende una certa approssimazione nel considerare i rapporti e le relazioni tra esseri umani, che sono sempre più dominati dalla superficialità e dal disimpegno.

Certamente, allora, l’incomunicabilità si pone come una dei maggiori ostacoli nella pratica sia delle virtù umane che della fede. Io cerco di ricordare sempre che in fondo il Dio cui noi crediamo è comunione e lo è perché è comunicazione: innanzi tutto nel Mistero della Trinità e poi nella Comunione dei Santi, nell’Incarnazione di Gesù vero uomo e vero Dio e in particolar modo in Maria, donna “piena di Grazia”.

C’è , a mio parere, un livello di incomunicabilità essenziale che è proprio di qualsiasi creatura: questa è un’incomunicabilità positiva perché a nessun uomo è concesso accedere alla assoluta verità del sé e del mondo. Tale incomunicabilità è talmente profonda che anche noi stessi, spesso, non sappiamo dire chi siamo, cosa desideriamo, quale sia la nostra più profonda identità. È quell’abisso del cuore umano in cui sprofondava Sant’Agostino nelle Confessioni. È  “quell’infinito silenzio” e quella “profondissima quiete” che Leopardi avverte così forte che , al suo cospetto, il “cor per poco non si spaura”. Sono quelle contraddizioni dell’animo umano per cui Montale ebbe a dire “ solo codesto oggi possiamo dirti ciò che non siamo e ciò che non vogliamo”. Questa profondissima e misteriosa incomunicabilità dell’Uomo con l’intimo di sé, ben lungi dallo spingere ad un nichilismo autodistruttivo, è proprio il pungolo che spinge ( o dovrebbe spingere) l’uomo ad uscire dal sé e a porsi in relazione con il mondo, con  l’Assoluto, con Dio: perché si fa la scoperta della propria non autosufficienza e autoreferenzialità anche rispetto alla propria identità profonda.

Proviene da qui quello sguardo grato e riconoscente dell’Adamo della Sistina che si ri-conosce uomo-creatura nella relazione umile e filiale con Dio-Creatore che lo ha voluto “a sua immagine e somiglianza”.

C’è tuttavia un’incomunicabilità drammatica che è quella sperimentabile nei rapporti quotidiani dove spesso proprio i più vicini, gli amici, i compagni di vita non  comprendono. Non ci comprendono. E anche noi, naturalmente, non comprendiamo loro. E’ successo anche  tra Pietro e Gesù e ci è voluto un triplice tradimento affinché Pietro se ne rendesse conto.

È successo, drammaticamente, tra Giuda e Gesù: perché Giuda non è uno Cattivo, ma uno che, appunto, non ha compreso Gesù. Lo ha seguito, lo ha ascoltato, lo ha visto, ma ….credeva che Gesù fosse tutt’altro da quello che era veramente. E quando Giuda si rese conto di essersi costruito un’immagine totalmente falsata di Gesù, lo scorno e il trauma furono talmente forti da spingerlo a togliersi la vita. Perché quando non capisci una persona a cui vuoi bene o non ne sei compreso muori, magari non fisicamente, ma muori nell’anima. Quanto è vero questo quando e l’incomunicabilità si presenta nel matrimonio. Allora la ferita per l’assenza di dialogo è una coltellata inferta dalla propria carne. Sapere che rimanere fedeli in questo è anch’essa una forma d’amore (eroico), aiuta molto; e sapere che alla fine solo l’amore trasforma la speranza in speranza escatologica, forse l’unica inalterabile: questa speranza però in nulla lenisce il presente del dolore.

Forse è  la stessa incapacità di comunicare che sta alla base di tanti drammi odierni: se una madre arriva a uccidere il bambino che ha in grembo, non ha ascoltato sé stessa né la vita che le parlava nel senso. Come spiegare altrimenti una tale atrocità, un dramma così assoluto? Se un uomo picchia la propria moglie o la propria fidanzata, cos’è questo se non il frutto dell’incapacità di ascoltare, di ascoltarsi? Se non c’è amicizia, ma stordimento, non è forse perché c’è una socializzazione superficiale molto lontana da quell’appartenenza che significa “sentire gli altri dentro di noi”? Il discorso si potrebbe allargare  e toccare tante, tante sofferenze, solitudini e sconfitte: tutte direi essenzialmente derivate dall’ incapacità d’ascolto e d’accoglienza dell’altro. In proposito, mi è venuto da pensare alle parole di Benedetto XVI che  ha indicato in Maria un modello di “silenzio che accoglie”. Allora,  il pensiero mi è corso subito a Ester e alla sua cara malata che possono scambiarsi amore solo così in un silenzio accogliente, nonostante il dolore, le scelte difficili, il ghiaccio che, da fuori, penetra nel cuore e nelle fibre dall’anima. Oppure  pensavo a quelle suore di clausura di cui tempo fa parlava don Mauro – già per vocazione sposate al Silenzio e  alle preghiera: esse, spesso dimenticate e incomprese dal mondo “fuori”, continuano a  lavorare  e darsi amore reciproco sommessamente, pur minacciate dalla chiusura del loro Monastero, che per loro è tutta la vita.

Sono eroismi semplici, silenziosi e spesso dimenticati che lottano ogni giorno con un’incomunicabilità che a volte diventa così gravosa da non riuscire più a vedere il bene in sé, negli altri, nella semplicità delle cose autentiche e sì…Persino nel dolore che la vita piena e vera porta con sé.

 

 

E come gocce scivolano sul vetro

Opache le tue, le mie parole:

Opache al cuore,

di una domenica qualunque

diventata lacrime per quelle frasi non dette

per gli sguardi che evitano l’incrocio.

per quel che io dico e tu non comprendi

per quel che tu dice e  io non ascolto.

Cadono le fila lievi

Del dialogo. Invano  cerco

Quel noi, la nostra unione.

Solo un’ombra rimane tra queste pareti.

E mi sento inutile e solitaria ferita

dal mio corpo al mio corpo inferta

nell’incomunicabile  dolore che grida

al silenzio e all’anima,

Come un’eco sommessa.

 

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