Blog / Luciano Sesta | 27 Gennaio 2020

Le Lettere di Luciano Sesta – Chiesa e Neo-catarismo. Chi sono gli anti-bergogliani e perché lo sono

Personalmente non ho grande simpatia per papa Francesco. Apprezzo molto la sua predicazione incentrata sul primato della misericordia, ma non mi piacciono i tratti autoritari del suo stile e del suo governo. In questo Bergoglio assomiglia molto a Giovanni Paolo II, anch’egli uomo dalla personalità forte e intransigente. Diversamente da Benedetto XVI, la cui personalità mite ha finito per indurlo a mollare, tanto Wojtyla quanto Bergoglio hanno usato il pugno duro contro coloro che, in buona fede, ritenevano un pericoloso ostacolo alla diffusione del “vero” Vangelo. Mentre però Wojtyla colpiva la “sinistra” (vedi il caso Hans Küng o dei teologi della liberazione), Bergoglio colpisce ora la “destra” (Burke, Negri ecc.). Questa circostanza aiuta a capire l’attuale dissenso nei confronti della Chiesa di papa Francesco, in cui gli aspetti umani, troppo umani, mettono ancor più in evidenza, per contrasto, il significato teologico dell’unità della Chiesa.

Mi limito allo scenario italiano, in cui prevale l’accusa, rivolta a papa Francesco, di aver ridotto la Chiesa a megafono delle Ong, tutta appiattita sui problemi mondani e ormai talmente intiepidita, da aver rinunciato ad annunciare la verità, e cioè che solo in Gesù Cristo c’è salvezza. Basta aprire un qualunque sito cattolico espressione di queste accuse o le pubblicazioni di autori come Antonio Socci e Aldo Maria Valli, per trovare sempre la stessa lamentela: papa Francesco non parla mai di sessualità, di aborto e di eutanasia, e sembra più preoccupato della salvezza dell’ambiente che di quella delle anime.

Chi muove queste accuse dimentica che le questioni sociali e ambientali sono anch’esse parte della più ampia preoccupazione della Chiesa. Dire che Bergoglio parla solo di questi temi è come dire che Wojtyla parlava solo di contraccezione, aborto e famiglia. Ma questo è falso. È un problema di enfasi, anche mediatica, su certi temi piuttosto che su altri, e anche di opportunità legate ai tempi. Basta, al riguardo, collegarsi sul sito del Vaticano per verificare, di persona, che gli interventi di papa Francesco in cui si parla di famiglia, sessualità e vita nascente ci sono, solo che interessano meno i media perché si tratta di temi che, nella Chiesa, sono più scontati e tradizionali.

Il problema dell’anti-bergoglismo italiano è un altro. E si presenta a un duplice livello: teologico e personale. Dal punto di vista teologico, l’accusa di aver ridotto la Chiesa ai suoi aspetti umani è un evidente fraintendimento della logica dell’Incarnazione propria del Cristianesimo. Dio stesso, per rivelarsi all’uomo, diventa uomo. Parla la sua lingua. Assume le sue preoccupazioni. In tutto, fuorché nel peccato. Da quando Dio si è fatto carne, non sarà più possibile parlare di Lui senza parlare dell’uomo e viceversa. Si è anche Lui “ridotto” a essere semplicemente “umano”? Nelle proteste di certi cattolici sembra agire una sorta di catarismo, l’eresia medievale che considerava tutto ciò che appartiene alla società e al mondo come qualcosa di peccaminoso e di anti-cristiano. Il mondo sarebbe cioè un ostacolo alla salvezza, piuttosto il luogo in cui essa si realizza e si prepara.

Dietro la “riduzione” del cristianesimo ai problemi che i critici di Bergoglio chiamano, con disprezzo, “mondani”, si nasconde in realtà un profondo significato spirituale. Una volta, di fronte a un uomo che soffriva maledettamente per le sue piaghe, Madre Teresa gli disse che quelle sofferenze erano in realtà “le carezze del buon Gesù”. L’uomo rispose: “dica allora al suo buon Gesù di andare ad accarezzare qualcun altro”. La suora capì che il primo annuncio del Vangelo non consiste nel parlarne esplicitamente, ma nel prendersi cura del prossimo innanzitutto umanamente, nelle sue più elementari e fisiche esigenze. E questo è talmente vero, che nel Vangelo (Mt 25), Gesù loda come propri discepoli persino coloro che, senza nemmeno conoscerlo, lo hanno servito nel prossimo, respingendo al contrario coloro che, pur parlando di Dio nelle pubbliche piazze, non lo hanno servito nelle più umili esigenze del suo corpo che è l’umanità.

Il problema, come dicevo, è non solo teologico ma anche personale. Direi psicologico. Se si guardano le biografie dei critici di Bergoglio, infatti, si scopre che si tratta di persone che, per anni, si sono battute sui temi cari ai papi regnanti come se fossero gli unici temi possibili. I vari Socci, Messori, Valli e tanti altri meno noti, così sulla cresta dell’onda con i papi precedenti, ora non sopportano di essere fuori tema”, soprattutto perché Bergoglio, a volte, sembra accreditare i loro “nemici” storici (come Bonino, Scalfari ecc.). Insomma, la classica sindrome del fratello maggiore della parabola del figliol prodigo, o, se si vuole, dei vignaioli della prima ora: “ma come, noi ci siamo battuti per anni contro i nemici della Chiesa, e ora la Chiesa li benedice?”

In taluni casi questa sindrome è talmente evidente, che traspare dai toni nervosi e risentiti di queste persone. Alcune delle quali stanno probabilmente attraversando una crisi spirituale personale. Avendo identificato l’appartenenza alla Chiesa con la condivisione di una certa sensibilità e di certe propensioni culturali e politiche, ora che la Chiesa chiede loro di andare oltre, si sentono disorientate e deluse. Se fossero capaci di mettere da parte il loro punto di vista personale, capirebbero che la Chiesa è sempre la stessa pur nel cambiare delle circostanze, e anziché gridare all’imminente apocalisse di una Chiesa che si “prostituisce” al mondo, avrebbero fiducia nella parola di Gesù che ha promesso non praevalebunt”. E invece procedono con il loro complottismo da minoranza illuminata, trattando la maggioranza dei fedeli, che apprezza papa Francesco, così come essi stessi ritengono che la sinistra radical chic tratti il popolo che vota per la destra politica alla quale si sentono vicini. Aggiungendo alla loro evidente crisi di fede nella promessa “non praevalebunt” il loro personale narcisismo e orgoglio ferito.

Se davvero papa Francesco, come sostengono questi critici, si disinteressa delle anime ed è servo del politicamente corretto, allora delle due l’una: o lo Spirito Santo, durante il Conclave, si è sbagliato, oppure si stanno sbagliando loro. Oppure, terza possibilità, non c’è alcuno Spirito Santo, e allora la Chiesa è davvero una Ong. Ma non da ora. Da sempre. Solo che prima era cesaropapista, mentre oggi è ecologista. Non vedo come si possa sfuggire a queste imbarazzanti conclusioni una volta che si assuma il punto di vista di un Valli o di un Socci.

Un’ultima osservazione. Un’altra frequente critica è che il rapporto amichevole che papa Francesco ha instaurato con alcuni tradizionali “nemici” della Chiesa (ma lo erano realmente?) avrebbe un significato tattico, sarebbe cioè finalizzato a fermare l’emorragia di fedeli e a riempire nuovamente le chiese. Una Chiesa più simpatica, insomma, dovrebbe recuperare qualche battezzato perso per strada a causa dell’intransigenza morale e dottrinale dei precedenti pontefici. Ma visto che le chiese sono vuote come prima se non più di prima, ecco pronta la trionfale obiezione: la politica dei sorrisi pagani e delle laiche pacche sulle spalle è perdente: papa Francesco non riempie le chiese nemmeno quando non parla più di Dio. Dunque ha perso.

Peccato che l’atteggiamento di maggiore umiltà che papa Francesco sta promuovendo nei confronti del mondo non sia affatto frutto di strategie pastorali finalizzate al proselitismo, come pensano i critici. Non si tratta di riempire i banchi delle chiese, ma di essere testimoni del Vangelo facendo la propria parte, senza la presunzione di essere sempre e solo noi a illuminare gli altri, visto che Dio potrebbe parlarci tramite gli altri più di quanto non parli a loro tramite noi. Come ben aveva capito sant’Agostino, quando ha scritto che molti di coloro che pensano di essere dentro sono fuori, e molti di quelli che sembrano fuori sono in realtà dentro (cfr. De Bapt 4, 3, 4). E come dimenticare, sempre sul medesimo tema, il già citato giudizio finale in Mt 25, in cui chi non aveva idea di cosa significasse rendere gloria a Dio viene lodato come un suo fedele servitore e chi, al contrario, credeva di essere il suo sponsor ufficiale, viene respinto nel fuoco eterno?

 

Luciano Sesta, sposato e padre di quattro bambini, è docente di Storia e Filosofia nei Licei Statali Insegna Antropologia filosofica e bioetica all’Università di Palermo, ed è stato membro dell’Ufficio della Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo. Ha pubblicato numerosi saggi nell’ambito della teologia morale, della bioetica e dell’etica

 

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