Alessandra Bialetti / Blog | 03 Settembre 2019

Le Lettere di Alessandra Bialetti – Sarebbe meglio non invitarlo?

Sir 3,19-21.30-31; Eb 12,18-19.22-24; Lc 14,1.7-14

Fine estate. Ma a Rebibbia le stagioni non contano, i giorni sono tutti uguali, anzi. Arriviamo e la cappellina, già luogo piuttosto dimesso, è un disastro: sporco ovunque, disordine, segni di un passaggio che non c’è stato, ragnatele tra i banchi. Non proprio come le nostre parrocchie dove c’è sempre qualcuno che se ne prende cura spesso volontariamente. Va bene, aspettiamo i detenuti. Giungono alla spicciolata, pochi, il piccolo resto di Israele, un branco di disperati, purtroppo. Quelle ragnatele in realtà sono dentro di loro, il ragno della solitudine, dell’abbandono, del distacco, ha tessuto intorno a loro la sua tela e sembra averli ingabbiati. Visi spenti ma anche tanta rabbia, rassegnazione. I banchi si popolano anche se non c’è la stessa affluenza di sempre. Per sentirsi meno soli si stringono nelle stesse panche, uno vicino all’altro. Ecco gli invitati di oggi. L’impressione comune è che averli “lasciati” per un mese li abbia fatti ripiegare su di sé, gli abbia fatto mancare quella presenza e vicinanza che, se non risolve i loro drammi, almeno per un’ora conforta e non li fa sentire così invisibili, persi, scartati, esclusi. Sembra sia tutto da rifare, tutto da ricominciare. C’è da rimboccarsi le maniche. L’estate lascia il segno, scava solitudine e sconforto anche perché la porta della cappellina rimane chiusa e non si può nemmeno fare una visita. Ancora c’è da lavorare sul fatto che loro stessi sono tempio della presenza del Signore e che le celle diventano mensa eucaristica dove Qualcuno passa comunque.

A., che ben conosciamo per la sua vivacità e il suo corpo muscoloso, è spento. Sguardo rassegnato, occhi senza luce, dimagrito e non più così atletico. Ha avuto un allungamento del fine pena, si sentiva già fuori e invece tutto gli è crollato addosso di nuovo. “Sono giorni che non prego il Rosario e ho cominciato a bestemmiare. È tutto inutile, qua dentro avevo cercato di cambiare ma non serve a nulla, sto crollando per l’ennesima volta e fuori non mi aspetta più nessuno. Non mi toglierò mai di dosso il bollino del detenuto”. A. non accetta che il passato, che la persona di prima è ancora dietro l’angolo, che il male che ha fatto e si è fatto ancora chiede il conto e cerca di piegarlo di nuovo. A. non vede che può seminare un altro oggi, che dovrà scontare ancora una pena per ricordarsi bene da dove viene ma per non tornarci più. Oggi sente solo il suo fallimento. Altri come lui hanno lo sguardo basso e spento.

Viene proclamato il vangelo, non facile oggi, luogo degli ultimi per eccellenza. Gesù l’invitato scomodo. Ma chi ti vuole giocoliere? Tu sovverti le tavole imbandite, gli schemi, non lasci in pace, perché non stai buono? Perché non ti godi il pranzo cui sei stato invitato (in realtà per tenerti d’occhio)? Hai sempre bisogno di puntualizzare: oggi ce l’hai con i primi e gli ultimi. Noi in realtà vogliamo invitati che ci blandiscano, che dicano bene di noi, che si inchinino e ci gratifichino. Gli scegliamo bene i nostri commensali, tu ci sei sfuggito di mano, ci sbaragli. Una vita a lottare per il primo posto e ora arrivi e parli degli ultimi. Non ci siamo. Noi vogliamo il Dio della comodità, delle scelte facili, della zona di comfort, non il Dio della precarietà che sovverte continuamente gli ordini, non il Dio del letto di spine che ci costringono a muoverci. Preferiamo i comodi triclini di una volta dove ci possiamo sdraiare. Invece arriva un Cristo che ci invita a occupare l’ultimo posto perché è lì che incrocerà il nostro sguardo e ci chiamerà per essere portati avanti. A. è sempre più scoraggiato e arrabbiato: non crede a un presente che si possa riscattare, ai suoi figli che lo aspettano fuori. “A me nessuno dice vieni avanti, rimango sempre all’ultimo posto, sempre l’ultima ruota del carro che nessuno vede. Mi sto perdendo e ho paura perché per sette volte sono caduto e tornato qui dentro, sto perdendo il contatto con Gesù, ho paura di me stesso”. La rabbia e la disperazione di A. è la nostra quando ci sentiamo sorpassati, accantonati, scartati, svalutati, quando cerchiamo il nostro valore negli occhi degli altri, nelle loro lodi piuttosto che dentro di noi, nella nostra voglia di cambiare, di riscattarci, di occupare veramente quell’ultimo posto perché è lì che avverrà l’incontro col Cristo che non stila categorie e priorità. Il Dio dell’ultimo posto è il vero Dio. Ci fa fare esperienza della precarietà perché nel nostro traballare possiamo sollevare la mano e chiedere aiuto, perché non scappiamo quando l’amore ci arriva ma non sappiamo accoglierlo, perché non ci abituiamo allo star male e pensiamo che il bene non sia per noi. Il paradosso dell’amore: torna all’ultimo posto, ritorna dentro te stesso dove il Cristo ha seminato il tuo valore, la tua ricchezza, inizia a dirti che sei prezioso perché sei proprio lì dove Lui passa e si accorge che esisti. Quest’ultimo posto si fa interessante anche se faticoso umanamente, anche se tutta la vita lottiamo per occupare i primi banchi nelle chiese come le autorità di turno. Il bello di questo vangelo è che abbiamo bisogno di sentirci mancare la terra sotto i piedi per comprendere quanta urgenza abbiamo di una mano stabile e di un paio di occhi veramente misericordiosi che ci guardino. Ecco perché il giocoliere ci rispedisce all’ultimo posto, non per umiliarci ma per innalzarci, per raccattarci da terra e rimetterci in piedi, per farci vivere una precarietà che ci apra alla ricerca della stabilità del Cristo viandante. Come tanti di noi, questo piccolo resto di Israele, nei mesi estivi, ha fatto esperienza di solitudine, ha rischiato di perdere il contatto con Gesù, di sentirsi nuovamente dimenticato e oggi invece raccolto. A metà messa A. esce arrabbiato ma poi torna e sedersi. Forse non può fare a meno di quel ritorno. Forse ancora vuole combattere per non smarrirsi.

L’omelia diventa benedizione, una sorta di confessione collettiva: c’è chi parla della droga, dello sballo, dei furti, dell’alcol, di quanto tutte queste cose in fondo gli piacevano e soprattutto aiutavano a staccarsi da se stessi e dai problemi. Nessuno si vergogna di mostrare le proprie debolezze, di mettere in evidenza le proprie fragilità, punti oscuri, ombre (R.: “diciamoci che la droga ci piace!”). Quando mai noi “liberi”abbiamo questo coraggio invece di rincorrere un’immagine a garanzia del primo posto? Se non denuncio il mio male senza vergogna non creo in me lo spazio perché un Altro possa entrare, se non sgombero la cantina piena di ragnatele la luce non potrà penetrare, se non mi faccio scomodare non saprò nemmeno cosa perdo, se non vado in quell’ultimo banco non scoprirò la preziosità che il Cristo ha già inscritto dentro di me. Mi tornano in mente le parole del Card. Martini “le nostre chiese sono grandi ma vuote, il benessere pesa e ci riduce a quel giovane ricco che se ne va triste per non saper rinunciare alle ricchezze”. Ci ha messo sempre in guardia da una chiesa potente ma adagiata: allora togliamo i banchi e restiamo tutti insieme seduti in fondo, poveri, magari sfiduciati per la nostra presunta invisibilità, quel piccolo resto di Israele che oggi, speriamo, possa tornare in cella e nelle proprie case con una piccola nuova speranza.

Allora quest’ultimo posto forse non è così terribile, non è una maledizione…Gesù, per caso, c’è spazio per me?

 

Vivo e lavoro a Roma dove sono nata nel 1963. Laureata in Pedagogia sociale e consulente familiare, mi dedico al sostegno e alla formazione alla relazione di aiuto di educatori, insegnanti, animatori. Svolgo attività di consulenza a singoli, coppie, famiglie e particolarmente a persone omosessuali e loro genitori e familiari offrendo il mio servizio presso diverse associazioni (Nuova Proposta, Rete Genitori Rainbow, Agedo). Credo fortemente nelle relazioni interpersonali, nell’ascolto attivo e profondo dell’essere umano animata dalla certezza che in ognuno vi siano tutte le risorse per arrivare alla propria realizzazione e che l’accoglienza della persona e del suo percorso di vita, sia la strada per costruire relazioni significative, inclusive e non giudicanti.