Blog / Luciano Sesta | 05 Gennaio 2019

Le Lettere di Luciano Sesta – I diritti umani solo a metà: Orlando contro Salvini e i loro supporter

Prof. Sesta condivide con il blog la sintesi di un articolo la cui versione integrale, per chi volesse approfondire, si può trovare su Tuttavia

Nella disputa fra il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e il ministro Salvini è difficile dare torto a Orlando. Ma è anche facile denunciare l’impianto argomentativo della sua tesi, che si appella all’illegalità di alcuni punti del decreto sicurezza, che formalmente è però legale, perché regolarmente approvato dal Parlamento, oltre che firmato dal Presidente della Repubblica.

Si può dire, certo, che il decreto sicurezza sia per molti aspetti “incostituzionale”. E io credo che sia davvero così. Ma fino a quando a dirlo sono dei cittadini, anche sindaci, si tratta di un’opinione di coscienza, che non ha però valore giuridico. L’incostituzionalità di una legge, infatti, è stabilita dalla Corte costituzionale, non dai cittadini, per quanto moralmente motivata sia la loro accusa.

Ben venga allora la decisione di Orlando di sospendere il divieto di iscrizione allanagrafe degli stranieri ai quali sia scaduto il permesso di soggiorno umanitario, ma avendo chiaro che la sua decisione è di tipo morale – con effetti certamente amministrativi, visto che parliamo di un sindaco –  e che, in quanto tale, non è una decisione diversa da quella presa qualche mese fa dal consiglio comunale di Verona, in cui si stanziavano fondi e risorse per prevenire l’aborto. A  proposito di quest’ultimo episodio, come si ricorderà, in molti si stracciarono le vesti, ricordando che l’aborto “non si tocca, perché è legge dello Stato. Proprio come fanno in queste ore i leghisti, che ricordano a Orlando che il decreto sicurezza “non si tocca”, perché è legge dello Stato.

A chi ricorda che qui si abbandonano anche minori non accompagnati a una situazione di illegalità – ed è vero e inaccettabile – i difensori del decreto sicurezza si appellano ai diritti degli italiani di beneficiare delle risorse che vengono loro sottratte per l’accoglienza e l’integrazione dei migranti, che non sono cittadini a pieno titolo come i primi. Mutatis mutandis, a chi ricorda che anche nel caso dell’aborto esseri umani vivi, ma non ancora nati, vengono “smaltiti” con la benedizione del legislatore, i difensori della legge 194 si appellano ai diritti delle donne di vedere rispettati il loro superiore status di cittadine a pieno titolo, i cui diritti, si dice, vengono prima di quelli dei non ancora nati. Al prima gli italianidel decreto sicurezza, insomma, corrisponde il prima le donnedella legge 194. Eppure i diritti umani sono stati chiamati così perché appartengono a tutti gli esseri umani, per il semplice fatto che sono umani. O forse valgono solo se si è bianchi, italiani e già nati? E se invece si fosse stranieri? O italiani, ma non ancora nati?

So già che mi si potrebbe obiettare che non possiamo paragonare persone già nate, come i migranti, a embrioni e feti umani. Possiamo farlo, in realtà, una volta che si chiarisca che il paragone riguarda non ciò che ciò che distingue gli uni dagli altri – ossia le esigenze, molto diverse, di un soggetto non ancora nato e di uno già nato – ma ciò che li accomuna, ossia la loro condizione di vulnerabilità, che richiede un intervento di tutela da parte della società e dello Stato. E se è vero che per accogliere gli esseri umani non ancora nati dobbiamo passare per il corpo di una donna, la cui dignità e autonomia non possono essere violate da terzi, è altrettanto vero che quest’ultimo argomento è pericolosamente analogo a quello usato dai sostenitori del decreto sicurezza, i quali ci ricordano che esseri umani stranieri non hanno diritto a beneficiare del suolo nazionale altrui, se la maggioranza dei cittadini che occupa quel suolo non li desidera, in nome dei propri diritti.

L’analogia fra la legge sull’aborto e il decreto sicurezza è troppo scomoda e imbarazzante perché io, nel proporla, abbia qualche speranza di essere preso sul serio. Quasi nessuno dei protagonisti del dibattito a cui stiamo assistendo la accetterà. E se ne capiscono le ragioni. È infatti un’analogia che costringerebbe non solo Salvini, contrario all’aborto, ad ammettere che i propri argomenti contro l’immigrazione clandestina sono gli stessi che i liberali usano a favore dell’interruzione della gravidanza, ma anche tutti gli avversari di Salvini, almeno quelli favorevoli all’aborto, ad ammettere che i loro argomenti contro il decreto sicurezza sono gli stessi che essi usano quando difendono la legge 194. L’argomento liberale che si appella al primato della scelta femminile per giustificare l’aborto, infatti, si basa sulla stessa logica dell’argomento populistico che giustifica il decreto sicurezza. È  la logica proprietaria dello spazio inviolabile, da preservare dal pericolo della contaminazione, rappresentato dall’ospite indesiderato, dallo straniero, che non parla la lingua dei nostri progetti, che minaccia il nostro benessere, che viene respinto “per il suo bene”, perché non può essere “integrato”. Che si parli dell’immigrato o del feto, si tratta dello stesso identico esorcismo.

A poco vale obiettare che embrioni e feti umani non sono ancora persone a pieno titolo. Nella sentenza Dred versus Scott, emanata nel 1857 dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, i diritti degli afroamericani furono negati con lo stesso identico argomento: benché biologicamente umani, non potevano essere considerati a pieno titolo persone e, dunque, nemmeno cittadini, ma solo schiavi. La pratica legale della schiavitù era troppo importante e consolidata perché si potesse ammettere il pur evidente principio che l’avrebbe messa in crisi. Non facciamo forse qualcosa di analogo quando diciamo che la legge sull’aborto “non si tocca” e che il decreto sicurezza è “ormai” legge dello Stato?

La verità, come si può notare, è che qualunque legge, di qualunque colore, è sempre criticabile, e con ragioni perfettamente speculari. Non è corretto, pertanto, usare due pesi e due misure, e cioè appellarsi alle nobili ragioni della morale quando non si condivide una legge, e a quelle implacabili del diritto quando invece la si condivide. I solenni appelli al diritto di resistenza verso leggi ingiuste, che stiamo ascoltando da più parti a proposito del decreto sicurezza, provengono da quelle stesse persone che poi si indignano di fronte allobiezione di coscienza di un ginecologo che si rifiuta di praticare un aborto. Mi chiedo, però, se chi non è sensibile alle ragioni della coscienza altrui abbia poi il diritto di appellarsi alla propria.

Per questo trovo giusta la decisione del sindaco di Palermo in materia di accoglienza dei migranti, come ho allora trovato giusta quella del sindaco di Verona in materia di prevenzione sociale dell’aborto (in questo caso, peraltro, non si trattava di sospendere l’applicazione di una legge, ma di applicarla integralmente anche nei punti in cui incoraggia la tutela sociale della maternità). E non è solo un problema di coerenza personale, ma anche di plausibilità oggettiva di ciò che si rivendica. Proprio perché si riferisce a tutti i nostri simili, infatti, ogni appello ai diritti umani che ne escluda alcuni perde la sua giusta forza. Non dovremmo permettere che la nostra battaglia per i diritti umani dei migranti sia compromessa dalla stessa incoerenza che abbiamo sempre rimproverato a coloro che li disprezzano. E non c’è modo di sfuggire a questa incoerenza se non di ricordare, insieme ai migranti, anche tutti i nostri simili, non ancora nati, che ogni giorno continuiamo a respingere nel mare dell’indifferenza.

 

Luciano Sesta, sposato e padre di quattro bambini, è docente di Storia e Filosofia nei Licei Statali Insegna Antropologia filosofica e bioetica all’Università di Palermo, ed è stato membro dell’Ufficio della Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo. Ha pubblicato numerosi saggi nell’ambito della teologia morale, della bioetica e dell’etica