Blog / Luciano Sesta | 08 Ago 2018

Le Lettere di Luciano Sesta – Le famiglie, i loro figli imperfetti e le ragioni del “Catholic Pride”

Alla notizia che alla Giornata Mondiale delle Famiglie parteciperà anche padre Martin, un gesuita che segue le persone Lgbt, si scatenano le proteste del mondo “cattolicamente corretto”. Fra le voci più rumorose, quella della giornalista Costanza Miriano, che con la sua consueta vena polemica, riscrive il Vangelo in tre punti, alzando le barricate di una Chiesa e di una famiglia sempre meno “cattoliche”, e cioè universali, e sempre più partigiane.

1) La Giornata Mondiale delle famiglie, tuona innervosita la Miriano, non deve occuparsi delle persone Lgbt, che, nella Chiesa, equivalgono allo “0,briciole% delle famiglie”. E infatti Gesù, nel Vangelo, ci ha detto di lasciar perdere la pecorella smarrita, visto che, tanto, equivale solo all’1% del gregge.

2) La Giornata mondiale per le famiglie, prosegue la Miriano, deve occuparsi delle “vere” famiglie, quelle “normali”, e perciò non può dare spazio al tema delle persone Lgbt, ma “solo a chi, con la famiglia, si è impegnato seriamente, con competenza”. Come se le persone Lgbt fossero una “famiglia” a parte, piuttosto che membri, in qualità di figli, di quelle stesse famiglie “vere” e “normali” di cui parla la Miriano. E come se occuparsi di queste famiglie non richiedesse la serietà e la competenza che richiede invece l’occuparsi di famiglie “vere” e “normali”. Una famiglia “pulita” e “presentabile”, che si sente minacciata dal fatto che sia data voce ai propri stessi figli Lgbt, che vorrebbe mettere la testa dentro la sabbia per paura di fare i conti con il proprio fallimento educativo, non è la “vera” famiglia. È un feticcio cattolico costruito dalla paura della famiglia vera, che è tale proprio perché, mentre vive e soffre la propria imperfezione, rimane pur sempre “una famiglia”, diventando così il modello di ogni altra famiglia. 

3) La Miriano giunge a supplicare “chi può fare qualcosa di intervenire” per rimuovere padre Martin dal programma o, se proprio non si può, di affiancarlo con qualche esponente di Courage, in modo da evidenziare che le persone Lgbt sono comunque malate e a disagio, e non “normali”, come presumibilmente farà credere padre Martin se gli fosse lasciato campo libero. Perché questa diffidenza? Perché usare qualunque occasione e qualunque mezzo per sottolineare l’anormalità di persone che, al di là dei loro problemi, abbiamo invece il bisogno di saper guardare nella loro comune normalità? La “supplica” avanzata dalla Miriano di dare visibilità anche a Courage, inoltre, si basa sull’idea di controbilanciare, con la verità, quella che sarà la pura e semplice menzogna di Martin. Si chiede, in breve, par condicio come in una tribuna politica, dando per scontato che Martin farà solo danno e, soprattutto, che non farà alcun riferimento ai percorsi educativi per le persone Lgbt. Chi ha dato alla Miriano questa certezza? Perché trasformare la Giornata Mondiale delle famiglie in una polemica fra tradizionalisti e progressisti, invece di dare spazio non polemico a un punto di vista sinora mai ufficialmente riconosciuto nella Chiesa? Perché questa ossessione nel voler mettere i puntini sulle i quando si tratta della vita e del lavoro degli altri?  Nella Chiesa tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, anche se, apparentemente, seguono vie diverse da quelle che a noi sembrano le uniche giuste. In mancanza di una chiara e inequivocabile opposizione al Vangelo e al bene delle persone, nel dubbio dovremmo lasciare che il grano e la zizzania crescano insieme. Per evitare, nello strappare via il grano che credevamo presuntuosamente zizzania, di diventare noi stessi zizzania…

Come si può vedere, purtroppo, quasi colpiti dalla sindrome del fratello maggiore della parabola del figliol prodigo, alcuni cattolici scambiano l’appartenenza alla Chiesa – e alla famiglia – con la militanza in un club o in un partito. Chi non timbra il cartellino, chi non sta alle regole, rimanga fuori. O, se rimane dentro, che non gli sia data visibilità, per evitare di confondere la chiarezza di un messaggio di cui solo le famiglie “cattolicamente corrette” hanno il diritto di essere le narcisistiche testimonial. Dimenticando l’invito di Papa Francesco a considerare la Chiesa non una dogana, ma la casa comune del Padre, in cui c’è posto per tutti, con la loro vita faticosa (EV 47). Il vero “orgoglio cattolico”, insomma, non è rappresentato dalla purezza di una minoranza “catara” che, rifiutandosi di dare un nome all’imperfezione dei propri figli, li tratta come un imbarazzo esterno, ma dalla capacità di riconoscerli tutti come membri dell’unica famiglia di Dio.

 

Luciano Sesta, sposato e padre di quattro bambini, è docente di Storia e Filosofia nei Licei Statali Insegna Antropologia filosofica e bioetica all’Università di Palermo, ed è stato membro dell’Ufficio della Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo. Ha pubblicato numerosi saggi nell’ambito della teologia morale, della bioetica e dell’etica