Blog / Lettere | 12 Settembre 2013

Le Lettere di Pierluigi Bartolomei – Ricordati che devi morire

Questa frase trae origine da una particolare usanza dell’antica Roma quando un generale rientrava nella città dopo un trionfo bellico e sfilando nelle strade raccoglieva gli onori che gli venivano tributati dalla folla, correndo il rischio di essere sopraffatto dalla superbia e dalle smanie di grandezza. Per evitare che ciò accadesse, un servo dei più umili veniva incaricato di ricordare all’autore dell’impresa la sua natura umana pronunciando questa frase. Stessa frase pronunciata nel film di Troisi “Non ci resta che piangere”: “ricordati che devi morire! si si mo me lo segno, non vi preoccupate”. Nessuno direbbe mai “ricordati che devi Vivere” che è certamente di maggiore auspicio e restituisce una dimensione più positiva al tempo che scorre. Noi battezzati dobbiamo rendere conto del nostro tempo che giorno dopo giorno si avvicina all’ultimo miglio ricordandoci che abbiamo ancora tanta strada da fare e seppure non ci sostenesse la salute dobbiamo far affidamento comunque alla vita. Viviamo per essere coloro che hanno significato molto nella vita di chi ci passa accanto.

Stamattina, come Preside del Centro Elis ho festeggiato insieme agli alunni, il primo giorno di scuola rileggendo in aula magna un estratto del discorso di Barack Obama agli studenti americani in occasione dell’apertura dell’anno scolastico. “Ragazzi, volete il successo? Dovete studiare”. Poi ho commentato un pezzo di “ Diario di Scuola” di Daniel Pennac che da scolaro veniva bocciato ripetutamente ma che oggi insegna alla Sorbona di Parigi :

– ogni studente suona il suo strumento. La cosa difficile è trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica. Il problema è che vogliono farci credere che nel mondo contino solo i primi violini.

Infine li ho informati che si trovano all’interno di una scuola dove si difendono i valori cristiani pur nel rispetto di tutte le religioni e senza alcuna discriminazione:

“Una scuola sarà effettivamente cristiana quando, pur essendo una delle tante, ma sforzandosi di elevare costantemente il proprio livello, svolge un’opera formativa completa – anche sotto il profilo cristiano -, nel rispetto della libertà personale e adoperandosi per risolvere gli urgenti problemi di giustizia sociale”. San Josemaria Escrivà de Balaguer.

Ho finalmente rivisto ed abbracciato con grande gioia Francesco un ragazzo molto malato e che ha subito molti abbandoni fin dal primo giorno di vita.

Un ragazzone di un metro e ottanta nonostante i suoi 16 anni, con i capelli rosso fuoco, un paio di occhiali con la montatura spessa, un vecchio modello robusto di quelli che non si rompono neanche se li tiri con forza per terra perché ti sei stancato di tenerli sul viso e vorresti trovare la scusa per comprarne un altro paio. A volte non riesce a stare fermo e si gongola sulla sedia appoggiandosi al muro con la schiena come fosse su un cavalluccio a dondolo. Quei movimenti ripetuti costantemente nel tempo che ti danno la sensazione che stia vivendo in isolamento. Nasce non si capisce dove, non è chiara la sua provenienza perché viene abbandonato sulle scale di un convento. Poi il collegio dove lo raggiunge il fratellino anche se non ho mai capito come fa ad essere certo che sia suo fratello che poi però perde di vista e che sta cercando ancora disperatamente. Probabile sia stato affidato ad una famiglia residente in chissà quale parte del mondo. Francesco passa di famiglia in famiglia perché prima o poi i suoi genitori adottivi si stancano dei suoi scatti d’ira improvvisi e preferiscono forse averne uno più tranquillo che non gli faccia fare brutte figure con gli amici che vengono a trovarli in casa. Francesco come se non bastasse ha pure una malattia rara ma ha una forza e una voglia di vivere incredibili. Gli piace tantissimo essere abbracciato e sorride quando sottolinei qualche sua buona azione. Quando arriva in direzione si fa sentire perché ha un gran vocione ed ha bisogno di starti appiccicato quando parla.

Tra i ragazzi della Scuola, quelli fortunati che hanno tutto perfino l’affetto sincero dei propri cari che non è sempre del tutto scontato, ci sono la maggior parte di loro che patiscono di altri disturbi.Per esempio non usano più nel loro linguaggio alcuni termini che li rendono tutti simili e che li peggiorano irrimediabilmente. Contate quanti usano spesso parole o frasi come prudenza, virtù, decenza, per cortesia, forza d’animo e gratitudine. Ora invece pensate a chi frequentemente dice io, unico, posso farlo io, io vengo prima. Alcune parole vengono lentamente dimenticate ed altre invece finiscono per imporsi nel linguaggio comune. La ricerca, pubblicata dal Wall Street Journal in un articolo dal titolo «What words tell us» ci restituisce l’istantanea di una società individualista, competitiva e poco educata. Il senso di comunità è stato sostituito da uno spirito competitivo che ci fa preferire i termini, mio, personalizzato, eccetera. Pare che l’uso di parole come coraggio e forza d’animo è diminuito del 66 per cento, quello di gratitudine e apprezzamento del 49 per cento. Con il risultato di rimanere sorpresi quando ci imbattiamo in parole come compassione, gratitudine, cortesia e umiltà. Nel 2010 lo Zingarelli denunciava già l’estinzione di quasi 2.800 lemmi delle 120 mila parole presenti nel dizionario. Questo per dire che non mi è chiaro se i nostri giovani apparentemente in salute e con la “pansa piena” come si dice a Roma, comodamente sdraiati nel benessere occidentale vivono una condizione reale, migliore di coloro che soffrono o che hanno sofferto molto. Cosa possiamo fare anche per i giovani più “fortunati”, dove dobbiamo dirigere le nostre maggiori attenzioni ed energie per liberarli dall’appiattimento verso i social network e come restituire loro una pienezza di linguaggio e di significati perché sperimentino la vera gioia? Dedicarsi ai giovani e rappresentare per loro un modello capace di ascoltare e di essere presente specialmente quando hanno bisogno di una carezza o di una parola di conforto sussurrandogli che il mondo non finirà mai e che la speranza non deve mai morire perché ce la possono fare se si impegnano sul serio.

Pierluigi

Commenta nel post o nel forum in Parliamo di scuola.